The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante: Paradiso, by Dante Alighieri
La gloria di colui che tutto move Nel ciel che più de la sua luce prende perché appressando sé al suo disire, Veramente quant’ io del regno santo O buono Appollo, a l’ultimo lavoro Infino a qui l’un giogo di Parnaso Entra nel petto mio, e spira tue O divina virtù, se mi ti presti vedra’mi al piè del tuo diletto legno Sì rade volte, padre, se ne coglie che parturir letizia in su la lieta Poca favilla gran fiamma seconda: Surge ai mortali per diverse foci con miglior corso e con migliore stella Fatto avea di là mane e di qua sera quando Beatrice in sul sinistro fianco E sì come secondo raggio suole così de l’atto suo, per li occhi infuso Molto è licito là, che qui non lece Io nol soffersi molto, né sì poco, e di sùbito parve giorno a giorno Beatrice tutta ne l’etterne rote Nel suo aspetto tal dentro mi fei, Trasumanar significar per verba S’i’ era sol di me quel che creasti Quando la rota che tu sempiterni parvemi tanto allor del cielo acceso La novità del suono e ’l grande lume Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso Tu non se’ in terra, sì come tu credi; S’io fui del primo dubbio disvestito e dissi: «Già contento requïevi Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, e cominciò: «Le cose tutte quante Qui veggion l’alte creature l’orma Ne l’ordine ch’io dico sono accline onde si muovono a diversi porti Questi ne porta il foco inver’ la luna; né pur le creature che son fore La provedenza, che cotanto assetta, e ora lì, come a sito decreto, Vero è che, come forma non s’accorda così da questo corso si diparte e sì come veder si può cadere Non dei più ammirar, se bene stimo, Maraviglia sarebbe in te se, privo Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. O voi che siete in piccioletta barca, tornate a riveder li vostri liti: L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; Voialtri pochi che drizzaste il collo metter potete ben per l’alto sale Que’ glorïosi che passaro al Colco La concreata e perpetüa sete Beatrice in suso, e io in lei guardava; giunto mi vidi ove mirabil cosa volta ver’ me, sì lieta come bella, Parev’ a me che nube ne coprisse Per entro sé l’etterna margarita S’io era corpo, e qui non si concepe accender ne dovria più il disio Lì si vedrà ciò che tenem per fede, Io rispuosi: «Madonna, sì devoto Ma ditemi: che son li segni bui Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra certo non ti dovrien punger li strali Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso La spera ottava vi dimostra molti Se raro e denso ciò facesser tanto, Virtù diverse esser convegnon frutti Ancor, se raro fosse di quel bruno esto pianeto, o, sì come comparte Se ’l primo fosse, fora manifesto Questo non è: però è da vedere S’elli è che questo raro non trapassi, e indi l’altrui raggio si rifonde Or dirai tu ch’el si dimostra tetro Da questa instanza può deliberarti Tre specchi prenderai; e i due rimovi Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso Ben che nel quanto tanto non si stenda Or, come ai colpi de li caldi rai così rimaso te ne l’intelletto Dentro dal ciel de la divina pace Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, Li altri giron per varie differenze Questi organi del mondo così vanno, Riguarda bene omai sì com’ io vado Lo moto e la virtù d’i santi giri, e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, E come l’alma dentro a vostra polve così l’intelligenza sua bontate Virtù diversa fa diversa lega Per la natura lieta onde deriva, Da essa vien ciò che da luce a luce conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, e io, per confessar corretto e certo ma visïone apparve che ritenne Quali per vetri trasparenti e tersi, tornan d’i nostri visi le postille tali vid’ io più facce a parlar pronte; Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, e nulla vidi, e ritorsili avanti «Non ti maravigliar perch’ io sorrida», ma te rivolve, come suole, a vòto: Però parla con esse e odi e credi; E io a l’ombra che parea più vaga «O ben creato spirito, che a’ rai grazïoso mi fia se mi contenti «La nostra carità non serra porte I’ fui nel mondo vergine sorella; ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, Li nostri affetti, che solo infiammati E questa sorte che par giù cotanto, Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti però non fui a rimembrar festino; Ma dimmi: voi che siete qui felici, Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; «Frate, la nostra volontà quïeta Se disïassimo esser più superne, che vedrai non capere in questi giri, Anzi è formale ad esto beato esse sì che, come noi sem di soglia in soglia E ’n la sua volontade è nostra pace: Chiaro mi fu allor come ogne dove Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia così fec’ io con atto e con parola, «Perfetta vita e alto merto inciela perché fino al morir si vegghi e dorma Dal mondo, per seguirla, giovinetta Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, E quest’ altro splendor che ti si mostra ciò ch’io dico di me, di sé intende; Ma poi che pur al mondo fu rivolta Quest’ è la luce de la gran Costanza Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, La vista mia, che tanto lei seguio e a Beatrice tutta si converse; e ciò mi fece a dimandar più tardo. Intra due cibi, distanti e moventi sì si starebbe un agno intra due brame per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto Fé sì Beatrice qual fé Danïello, e disse: «Io veggio ben come ti tira Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, Ancor di dubitar ti dà cagione Queste son le question che nel tuo velle D’i Serafin colui che più s’india, non hanno in altro cielo i loro scanni ma tutti fanno bello il primo giro, Qui si mostraro, non perché sortita Così parlar conviensi al vostro ingegno, Per questo la Scrittura condescende e Santa Chiesa con aspetto umano Quel che Timeo de l’anime argomenta Dice che l’alma a la sua stella riede, e forse sua sentenza è d’altra guisa S’elli intende tornare a queste ruote Questo principio, male inteso, torse L’altra dubitazion che ti commove Parere ingiusta la nostra giustizia Ma perché puote vostro accorgimento Se vïolenza è quando quel che pate ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, Per che, s’ella si piega assai o poco, Se fosse stato lor volere intero, così l’avria ripinte per la strada E per queste parole, se ricolte Ma or ti s’attraversa un altro passo Io t’ho per certo ne la mente messo e poi potesti da Piccarda udire Molte fïate già, frate, addivenne come Almeone, che, di ciò pregato A questo punto voglio che tu pense Voglia assoluta non consente al danno; Però, quando Piccarda quello spreme, Cotal fu l’ondeggiar del santo rio «O amanza del primo amante, o diva», non è l’affezion mia tanto profonda, Io veggio ben che già mai non si sazia Posasi in esso, come fera in lustra, Nasce per quello, a guisa di rampollo, Questo m’invita, questo m’assicura Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi Beatrice mi guardò con li occhi pieni e quasi mi perdei con li occhi chini. «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore non ti maravigliar, ché ciò procede Io veggio ben sì come già resplende e s’altra cosa vostro amor seduce, Tu vuo’ saper se con altro servigio, Sì cominciò Beatrice questo canto; «Lo maggior don che Dio per sua larghezza fu de la volontà la libertate; Or ti parrà, se tu quinci argomenti, ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, Dunque che render puossi per ristoro? Tu se’ omai del maggior punto certo; convienti ancor sedere un poco a mensa, Apri la mente a quel ch’io ti paleso Due cose si convegnono a l’essenza Quest’ ultima già mai non si cancella però necessitato fu a li Ebrei L’altra, che per materia t’è aperta, Ma non trasmuti carco a la sua spalla e ogne permutanza credi stolta, Però qualunque cosa tanto pesa Non prendan li mortali il voto a ciancia; cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, onde pianse Efigènia il suo bel volto, Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: Avete il novo e ’l vecchio Testamento, Se mala cupidigia altro vi grida, Non fate com’ agnel che lascia il latte Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante e sì come saetta che nel segno Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, E se la stella si cambiò e rise, Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura sì vid’ io ben più di mille splendori E sì come ciascuno a noi venìa, Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia e per te vederai come da questi «O bene nato a cui veder li troni del lume che per tutto il ciel si spazia Così da un di quelli spirti pii «Io veggio ben sì come tu t’annidi ma non so chi tu se’, né perché aggi, Questo diss’ io diritto a la lumera Sì come il sol che si cela elli stessi per più letizia sì mi si nascose nel modo che ’l seguente canto canta. «Poscia che Costantin l’aquila volse cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio e sotto l’ombra de le sacre penne Cesare fui e son Iustinïano, E prima ch’io a l’ovra fossi attento, ma ’l benedetto Agapito, che fue Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, e al mio Belisar commendai l’armi, Or qui a la question prima s’appunta perché tu veggi con quanta ragione Vedi quanta virtù l’ha fatto degno Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora E sai ch’el fé dal mal de le Sabine Sai quel ch’el fé portato da li egregi onde Torquato e Quinzio, che dal cirro Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi Sott’ esso giovanetti trïunfaro Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle E quel che fé da Varo infino a Reno, Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, Antandro e Simeonta, onde si mosse, Da indi scese folgorando a Iuba; Di quel che fé col baiulo seguente, Piangene ancor la trista Cleopatra, Con costui corse infino al lito rubro; Ma ciò che ’l segno che parlar mi face diventa in apparenza poco e scuro, ché la viva giustizia che mi spira, Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: E quando il dente longobardo morse Omai puoi giudicar di quei cotali L’uno al pubblico segno i gigli gialli Faccian li Ghibellin, faccian lor arte e non l’abbatta esto Carlo novello Molte fïate già pianser li figli Questa picciola stella si correda e quando li disiri poggian quivi, Ma nel commensurar d’i nostri gaggi Quindi addolcisce la viva giustizia Diverse voci fanno dolci note; E dentro a la presente margarita Ma i Provenzai che fecer contra lui Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, E poi il mosser le parole biece indi partissi povero e vetusto; assai lo loda, e più lo loderebbe». «Osanna, sanctus Deus sabaòth, Così, volgendosi a la nota sua, ed essa e l’altre mossero a sua danza, Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ Ma quella reverenza che s’indonna Poco sofferse me cotal Beatrice «Secondo mio infallibile avviso, ma io ti solverò tosto la mente; Per non soffrire a la virtù che vole onde l’umana specie inferma giacque u’ la natura, che dal suo fattore Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: ma per sé stessa pur fu ella sbandita La pena dunque che la croce porse e così nulla fu di tanta ingiura, Però d’un atto uscir cose diverse: Non ti dee oramai parer più forte, Ma io veggi’ or la tua mente ristretta Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; Questo decreto, frate, sta sepulto Veramente, però ch’a questo segno La divina bontà, che da sé sperne Ciò che da lei sanza mezzo distilla Ciò che da essa sanza mezzo piove Più l’è conforme, e però più le piace; Di tutte queste dote s’avvantaggia Solo il peccato è quel che la disfranca e in sua dignità mai non rivene, Vostra natura, quando peccò tota né ricovrar potiensi, se tu badi o che Dio solo per sua cortesia Ficca mo l’occhio per entro l’abisso Non potea l’uomo ne’ termini suoi quanto disobediendo intese ir suso; Dunque a Dio convenia con le vie sue Ma perché l’ovra tanto è più gradita la divina bontà che ’l mondo imprenta, Né tra l’ultima notte e ’l primo die ché più largo fu Dio a dar sé stesso e tutti li altri modi erano scarsi Or per empierti bene ogne disio, Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, e queste cose pur furon creature; Li angeli, frate, e ’l paese sincero ma li alimenti che tu hai nomati Creata fu la materia ch’elli hanno; L’anima d’ogne bruto e de le piante ma vostra vita sanza mezzo spira E quinci puoi argomentare ancora che li primi parenti intrambo fensi». Solea creder lo mondo in suo periclo per che non pur a lei faceano onore ma Dïone onoravano e Cupido, e da costei ond’ io principio piglio Io non m’accorsi del salire in ella; E come in fiamma favilla si vede, vid’ io in essa luce altre lucerne Di fredda nube non disceser venti, a chi avesse quei lumi divini e dentro a quei che più innanzi appariro Indi si fece l’un più presso a noi Noi ci volgiam coi principi celesti ‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; Poscia che li occhi miei si fuoro offerti rivolsersi a la luce che promessa E quanta e quale vid’ io lei far piùe Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe La mia letizia mi ti tien celato Assai m’amasti, e avesti ben onde; Quella sinistra riva che si lava e quel corno d’Ausonia che s’imborga Fulgeami già in fronte la corona E la bella Trinacria, che caliga non per Tifeo ma per nascente solfo, se mala segnoria, che sempre accora E se mio frate questo antivedesse, ché veramente proveder bisogna La sua natura, che di larga parca «Però ch’i’ credo che l’alta letizia per te si veggia come la vegg’ io, Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso Lo ben che tutto il regno che tu scandi E non pur le nature provedute per che quantunque quest’ arco saetta Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine e ciò esser non può, se li ’ntelletti Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio «E puot’ elli esser, se giù non si vive Sì venne deducendo infino a quici; per ch’un nasce Solone e altro Serse, La circular natura, ch’è suggello Quinci addivien ch’Esaù si diparte Natura generata il suo cammino Or quel che t’era dietro t’è davanti: Sempre natura, se fortuna trova E se ’l mondo là giù ponesse mente Ma voi torcete a la religïone onde la traccia vostra è fuor di strada». Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; E già la vita di quel lume santo Ahi anime ingannate e fatture empie, Ed ecco un altro di quelli splendori Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi «Deh, metti al mio voler tosto compenso, Onde la luce che m’era ancor nova, «In quella parte de la terra prava si leva un colle, e non surge molt’ alto, D’una radice nacqui e io ed ella: ma lietamente a me medesma indulgo Di questa luculenta e cara gioia questo centesimo anno ancor s’incinqua: E ciò non pensa la turba presente ma tosto fia che Padova al palude e dove Sile e Cagnan s’accompagna, Piangerà Feltro ancora la difalta Troppo sarebbe larga la bigoncia che donerà questo prete cortese Sù sono specchi, voi dicete Troni, Qui si tacette; e fecemi sembiante L’altra letizia, che m’era già nota Per letiziar là sù fulgor s’acquista, «Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla perché non satisface a’ miei disii? «La maggior valle in che l’acqua si spanda», tra ’ discordanti liti contra ’l sole Di quella valle fu’ io litorano Ad un occaso quasi e ad un orto Folco mi disse quella gente a cui ché più non arse la figlia di Belo, né quella Rodopëa che delusa Non però qui si pente, ma si ride, Qui si rimira ne l’arte ch’addorna Ma perché tutte le tue voglie piene Tu vuo’ saper chi è in questa lumera Or sappi che là entro si tranquilla Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta Ben si convenne lei lasciar per palma perch’ ella favorò la prima gloria La tua città, che di colui è pianta produce e spande il maladetto fiore Per questo l’Evangelio e i dottor magni A questo intende il papa e ’ cardinali; Ma Vaticano e l’altre parti elette tosto libere fien de l’avoltero». Guardando nel suo Figlio con l’Amore quanto per mente e per loco si gira Leva dunque, lettore, a l’alte rote e lì comincia a vagheggiar ne l’arte Vedi come da indi si dirama Che se la strada lor non fosse torta, e se dal dritto più o men lontano Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; Lo ministro maggior de la natura, con quella parte che sù si rammenta e io era con lui; ma del salire È Bëatrice quella che sì scorge Quant’ esser convenia da sé lucente Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, E se le fantasie nostre son basse Tal era quivi la quarta famiglia E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, Cor di mortal non fu mai sì digesto come a quelle parole mi fec’ io; Non le dispiacque; ma sì se ne rise, Io vidi più folgór vivi e vincenti così cinger la figlia di Latona Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, e ’l canto di quei lumi era di quelle; Poi, sì cantando, quelli ardenti soli donne mi parver, non da ballo sciolte, E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando multiplicato in te tanto resplende, qual ti negasse il vin de la sua fiala Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora Io fui de li agni de la santa greggia Questi che m’è a destra più vicino, Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, Quell’ altro fiammeggiare esce del riso L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, La quinta luce, ch’è tra noi più bella, entro v’è l’alta mente u’ sì profondo Appresso vedi il lume di quel cero Ne l’altra piccioletta luce ride Or se tu l’occhio de la mente trani Per vedere ogne ben dentro vi gode Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, essa è la luce etterna di Sigieri, Indi, come orologio che ne chiami che l’una parte e l’altra tira e urge, così vid’ ïo la gloriosa rota se non colà dove gioir s’insempra. O insensata cura de’ mortali, Chi dietro a iura e chi ad amforismi e chi rubare e chi civil negozio, quando, da tutte queste cose sciolto, Poi che ciascuno fu tornato ne lo E io senti’ dentro a quella lumera «Così com’ io del suo raggio resplendo, Tu dubbi, e hai voler che si ricerna ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, La provedenza, che governa il mondo però che andasse ver’ lo suo diletto in sé sicura e anche a lui più fida, L’un fu tutto serafico in ardore; De l’un dirò, però che d’amendue Intra Tupino e l’acqua che discende onde Perugia sente freddo e caldo Di questa costa, là dov’ ella frange Però chi d’esso loco fa parole, Non era ancor molto lontan da l’orto, ché per tal donna, giovinetto, in guerra e dinanzi a la sua spirital corte Questa, privata del primo marito, né valse udir che la trovò sicura né valse esser costante né feroce, Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, La lor concordia e i lor lieti sembianti, tanto che ’l venerabile Bernardo Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Indi sen va quel padre e quel maestro Né li gravò viltà di cuor le ciglia ma regalmente sua dura intenzione Poi che la gente poverella crebbe di seconda corona redimita E poi che, per la sete del martiro, e per trovare a conversione acerba nel crudo sasso intra Tevero e Arno Quando a colui ch’a tanto ben sortillo a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, e del suo grembo l’anima preclara Pensa oramai qual fu colui che degno e questo fu il nostro patrïarca; Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda e quanto le sue pecore remote Ben son di quelle che temono ’l danno Or, se le mie parole non son fioche, in parte fia la tua voglia contenta, “U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». Sì tosto come l’ultima parola e nel suo giro tutta non si volse canto che tanto vince nostre muse, Come si volgon per tenera nube nascendo di quel d’entro quel di fori, e fanno qui la gente esser presaga, così di quelle sempiterne rose Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, insieme a punto e a voler quetarsi, del cor de l’una de le luci nove e cominciò: «L’amor che mi fa bella Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: L’essercito di Cristo, che sì caro quando lo ’mperador che sempre regna e, come è detto, a sua sposa soccorse In quella parte ove surge ad aprire non molto lungi al percuoter de l’onde siede la fortunata Calaroga dentro vi nacque l’amoroso drudo e come fu creata, fu repleta Poi che le sponsalizie fuor compiute la donna che per lui l’assenso diede, e perché fosse qual era in costrutto, Domenico fu detto; e io ne parlo Ben parve messo e famigliar di Cristo: Spesse fïate fu tacito e desto Oh padre suo veramente Felice! Non per lo mondo, per cui mo s’affanna in picciol tempo gran dottor si feo; E a la sedia che fu già benigna non dispensare o due o tre per sei, addimandò, ma contro al mondo errante Poi, con dottrina e con volere insieme, e ne li sterpi eretici percosse Di lui si fecer poi diversi rivi Se tal fu l’una rota de la biga ben ti dovrebbe assai esser palese Ma l’orbita che fé la parte somma La sua famiglia, che si mosse dritta e tosto si vedrà de la ricolta Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio ma non fia da Casal né d’Acquasparta, Io son la vita di Bonaventura Illuminato e Augustin son quici, Ugo da San Vittore è qui con elli, Natàn profeta e ’l metropolitano Rabano è qui, e lucemi dallato Ad inveggiar cotanto paladino e mosse meco questa compagnia». Imagini, chi bene intender cupe quindici stelle che ’n diverse plage imagini quel carro a cu’ il seno imagini la bocca di quel corno aver fatto di sé due segni in cielo, e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, e avrà quasi l’ombra de la vera poi ch’è tanto di là da nostra usanza, Lì si cantò non Bacco, non Peana, Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; Ruppe il silenzio ne’ concordi numi e disse: «Quando l’una paglia è trita, Tu credi che nel petto onde la costa e in quel che, forato da la lancia, quantunque a la natura umana lece e però miri a ciò ch’io dissi suso, Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, Ciò che non more e ciò che può morire ché quella viva luce che sì mea per sua bontate il suo raggiare aduna, Quindi discende a l’ultime potenze e queste contingenze essere intendo La cera di costoro e chi la duce Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, Se fosse a punto la cera dedutta ma la natura la dà sempre scema, Però se ’l caldo amor la chiara vista Così fu fatta già la terra degna sì ch’io commendo tua oppinïone, Or s’i’ non procedesse avanti piùe, Ma perché paia ben ciò che non pare, Non ho parlato sì, che tu non posse non per sapere il numero in che enno non si est dare primum motum esse, Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, e se al “surse” drizzi li occhi chiari, Con questa distinzion prendi ’l mio detto; E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, ché quelli è tra li stolti bene a basso, perch’ elli ’ncontra che più volte piega Vie più che ’ndarno da riva si parte, E di ciò sono al mondo aperte prove sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti Non sien le genti, ancor, troppo sicure ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima e legno vidi già dritto e veloce Non creda donna Berta e ser Martino, ché quel può surgere, e quel può cadere». Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro ne la mia mente fé sùbito caso per la similitudine che nacque «A costui fa mestieri, e nol vi dice Diteli se la luce onde s’infiora e se rimane, dite come, poi Come, da più letizia pinti e tratti, così, a l’orazion pronta e divota, Qual si lamenta perché qui si moia Quell’ uno e due e tre che sempre vive tre volte era cantato da ciascuno E io udi’ ne la luce più dia risponder: «Quanto fia lunga la festa La sua chiarezza séguita l’ardore; Come la carne glorïosa e santa per che s’accrescerà ciò che ne dona onde la visïon crescer convene, Ma sì come carbon che fiamma rende, così questo folgór che già ne cerchia né potrà tanta luce affaticarne: Tanto mi parver sùbiti e accorti forse non pur per lor, ma per le mamme, Ed ecco intorno, di chiarezza pari, E sì come al salir di prima sera parvemi lì novelle sussistenze Oh vero sfavillar del Santo Spiro! Ma Bëatrice sì bella e ridente Quindi ripreser li occhi miei virtute Ben m’accors’ io ch’io era più levato, Con tutto ’l core e con quella favella E non er’ anco del mio petto essausto ché con tanto lucore e tanto robbi Come distinta da minori e maggi sì costellati facean nel profondo Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; ma chi prende sua croce e segue Cristo, Di corno in corno e tra la cima e ’l basso così si veggion qui diritte e torte, moversi per lo raggio onde si lista E come giga e arpa, in tempra tesa così da’ lumi che lì m’apparinno Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, Ïo m’innamorava tanto quinci, Forse la mia parola par troppo osa, ma chi s’avvede che i vivi suggelli escusar puommi di quel ch’io m’accuso perché si fa, montando, più sincero. Benigna volontade in che si liqua silenzio puose a quella dolce lira, Come saranno a’ giusti preghi sorde Bene è che sanza termine si doglia Quale per li seren tranquilli e puri e pare stella che tramuti loco, tale dal corno che ’n destro si stende né si partì la gemma dal suo nastro, Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, «O sanguis meus, o superinfusa Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso Indi, a udire e a veder giocondo, né per elezïon mi si nascose, E quando l’arco de l’ardente affetto la prima cosa che per me s’intese, E seguì: «Grato e lontano digiuno, solvuto hai, figlio, dentro a questo lume Tu credi che a me tuo pensier mei e però ch’io mi sia e perch’ io paia Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi ma perché ’l sacro amore in che io veglio la voce tua sicura, balda e lieta Io mi volsi a Beatrice, e quella udio Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, però che ’l sol che v’allumò e arse, Ma voglia e argomento ne’ mortali, ond’ io, che son mortal, mi sento in questa Ben supplico io a te, vivo topazio «O fronda mia in che io compiacemmi Poscia mi disse: «Quel da cui si dice mio figlio fu e tuo bisavol fue: Fiorenza dentro da la cerchia antica, Non avea catenella, non corona, Non faceva, nascendo, ancor paura Non avea case di famiglia vòte; Non era vinto ancora Montemalo Bellincion Berti vid’ io andar cinto e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio Oh fortunate! ciascuna era certa L’una vegghiava a studio de la culla, l’altra, traendo a la rocca la chioma, Saria tenuta allor tal maraviglia A così riposato, a così bello Maria mi diè, chiamata in alte grida; Moronto fu mio frate ed Eliseo; Poi seguitai lo ’mperador Currado; Dietro li andai incontro a la nequizia Quivi fu’ io da quella gente turpa e venni dal martiro a questa pace». O poca nostra nobiltà di sangue, mirabil cosa non mi sarà mai: Ben se’ tu manto che tosto raccorce: Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, onde Beatrice, ch’era un poco scevra, Io cominciai: «Voi siete il padre mio; Per tanti rivi s’empie d’allegrezza Ditemi dunque, cara mia primizia, ditemi de l’ovil di San Giovanni Come s’avviva a lo spirar d’i venti e come a li occhi miei si fé più bella, dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ al suo Leon cinquecento cinquanta Li antichi miei e io nacqui nel loco Basti d’i miei maggiori udirne questo: Tutti color ch’a quel tempo eran ivi Ma la cittadinanza, ch’è or mista Oh quanto fora meglio esser vicine che averle dentro e sostener lo puzzo Se la gente ch’al mondo più traligna tal fatto è fiorentino e cambia e merca, sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; Sempre la confusion de le persone e cieco toro più avaccio cade Se tu riguardi Luni e Orbisaglia udir come le schiatte si disfanno Le vostre cose tutte hanno lor morte, E come ’l volger del ciel de la luna per che non dee parer mirabil cosa Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, e vidi così grandi come antichi, Sovra la porta ch’al presente è carca erano i Ravignani, ond’ è disceso Quel de la Pressa sapeva già come Grand’ era già la colonna del Vaio, Lo ceppo di che nacquero i Calfucci Oh quali io vidi quei che son disfatti Così facieno i padri di coloro L’oltracotata schiatta che s’indraca già venìa sù, ma di picciola gente; Già era ’l Caponsacco nel mercato Io dirò cosa incredibile e vera: Ciascun che de la bella insegna porta da esso ebbe milizia e privilegio; Già eran Gualterotti e Importuni; La casa di che nacque il vostro fleto, era onorata, essa e suoi consorti: Molti sarebber lieti, che son tristi, Ma conveniesi a quella pietra scema Con queste genti, e con altre con esse, Con queste genti vid’io glorïoso né per divisïon fatto vermiglio». Qual venne a Climenè, per accertarsi tal era io, e tal era sentito Per che mia donna «Manda fuor la vampa non perché nostra conoscenza cresca «O cara piota mia che sì t’insusi, così vedi le cose contingenti mentre ch’io era a Virgilio congiunto dette mi fuor di mia vita futura per che la voglia mia saria contenta Così diss’ io a quella luce stessa Né per ambage, in che la gente folle ma per chiare parole e con preciso «La contingenza, che fuor del quaderno necessità però quindi non prende Da indi, sì come viene ad orecchia Qual si partio Ipolito d’Atene Questo si vuole e questo già si cerca, La colpa seguirà la parte offensa Tu lascerai ogne cosa diletta Tu proverai sì come sa di sale E quel che più ti graverà le spalle, che tutta ingrata, tutta matta ed empia Di sua bestialitate il suo processo Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello ch’in te avrà sì benigno riguardo, Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, Non se ne son le genti ancora accorte ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, Le sue magnificenze conosciute A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; e portera’ne scritto ne la mente Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, Poi che, tacendo, si mostrò spedita io cominciai, come colui che brama, «Ben veggio, padre mio, sì come sprona per che di provedenza è buon ch’io m’armi, Giù per lo mondo sanza fine amaro, e poscia per lo ciel, di lume in lume, e s’io al vero son timido amico, La luce in che rideva il mio tesoro indi rispuose: «Coscïenza fusca Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, Ché se la voce tua sarà molesta Questo tuo grido farà come vento, Però ti son mostrate in queste rote, che l’animo di quel ch’ode, non posa né per altro argomento che non paia». Già si godeva solo del suo verbo e quella donna ch’a Dio mi menava Io mi rivolsi a l’amoroso suono non perch’ io pur del mio parlar diffidi, Tanto poss’ io di quel punto ridire, fin che ’l piacere etterno, che diretto Vincendo me col lume d’un sorriso, Come si vede qui alcuna volta così nel fiammeggiar del folgór santo, El cominciò: «In questa quinta soglia spiriti son beati, che giù, prima Però mira ne’ corni de la croce: Io vidi per la croce un lume tratto E al nome de l’alto Macabeo Così per Carlo Magno e per Orlando Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo Indi, tra l’altre luci mota e mista, Io mi rivolsi dal mio destro lato e vidi le sue luci tanto mere, E come, per sentir più dilettanza sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno E qual è ’l trasmutare in picciol varco tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, Io vidi in quella giovïal facella E come augelli surti di rivera, sì dentro ai lumi sante creature Prima, cantando, a sua nota moviensi; O diva Pegasëa che li ’ngegni illustrami di te, sì ch’io rilevi Mostrarsi dunque in cinque volte sette ‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai Poscia ne l’emme del vocabol quinto E vidi scendere altre luci dove Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi resurger parver quindi più di mille e quïetata ciascuna in suo loco, Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; L’altra bëatitudo, che contenta O dolce stella, quali e quante gemme Per ch’io prego la mente in che s’inizia sì ch’un’altra fïata omai s’adiri O milizia del ciel cu’ io contemplo, Già si solea con le spade far guerra; Ma tu che sol per cancellare scrivi, Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro ch’io non conosco il pescator né Polo». Parea dinanzi a me con l’ali aperte parea ciascuna rubinetto in cui E quel che mi convien ritrar testeso, ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, E cominciò: «Per esser giusto e pio e in terra lasciai la mia memoria Così un sol calor di molte brage Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori solvetemi, spirando, il gran digiuno Ben so io che, se ’n cielo altro reame Sapete come attento io m’apparecchio Quasi falcone ch’esce del cappello, vid’ io farsi quel segno, che di laude Poi cominciò: «Colui che volse il sesto non poté suo valor sì fare impresso E ciò fa certo che ’l primo superbo, e quinci appar ch’ogne minor natura Dunque vostra veduta, che convene non pò da sua natura esser possente Però ne la giustizia sempiterna che, ben che da la proda veggia il fondo, Lume non è, se non vien dal sereno Assai t’è mo aperta la latebra ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva e tutti suoi voleri e atti buoni Muore non battezzato e sanza fede: Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, Certo a colui che meco s’assottiglia, Oh terreni animali! oh menti grosse! Cotanto è giusto quanto a lei consuona: Quale sovresso il nido si rigira cotal si fece, e sì leväi i cigli, Roteando cantava, e dicea: «Quali Poi si quetaro quei lucenti incendi esso ricominciò: «A questo regno Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, Che poran dir li Perse a’ vostri regi, Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, Lì si vedrà il duol che sovra Senna Lì si vedrà la superbia ch’asseta, Vedrassi la lussuria e ’l viver molle Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme Vedrassi l’avarizia e la viltate e a dare ad intender quanto è poco, E parranno a ciascun l’opere sozze E quel di Portogallo e di Norvegia Oh beata Ungheria, se non si lascia E creder de’ ciascun che già, per arra che dal fianco de l’altre non si scosta». Quando colui che tutto ’l mondo alluma lo ciel, che sol di lui prima s’accende, e questo atto del ciel mi venne a mente, però che tutte quelle vive luci, O dolce amor che di riso t’ammanti, Poscia che i cari e lucidi lapilli udir mi parve un mormorar di fiume E come suono al collo de la cetra così, rimosso d’aspettare indugio, Fecesi voce quivi, e quindi uscissi «La parte in me che vede e pate il sole perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, Colui che luce in mezzo per pupilla, ora conosce il merto del suo canto, Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, ora conosce quanto caro costa E quel che segue in la circunferenza ora conosce che ’l giudicio etterno L’altro che segue, con le leggi e meco, ora conosce come il mal dedutto E quel che vedi ne l’arco declivo, ora conosce come s’innamora Chi crederebbe giù nel mondo errante Ora conosce assai di quel che ’l mondo Quale allodetta che ’n aere si spazia tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio ma de la bocca, «Che cose son queste?», Poi appresso, con l’occhio più acceso, «Io veggio che tu credi queste cose Fai come quei che la cosa per nome Regnum celorum vïolenza pate non a guisa che l’omo a l’om sobranza, La prima vita del ciglio e la quinta D’i corpi suoi non uscir, come credi, Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede di viva spene, che mise la possa L’anima glorïosa onde si parla, e credendo s’accese in tanto foco L’altra, per grazia che da sì profonda tutto suo amor là giù pose a drittura: ond’ ei credette in quella, e non sofferse Quelle tre donne li fur per battesmo O predestinazion, quanto remota E voi, mortali, tenetevi stretti ed ènne dolce così fatto scemo, Così da quella imagine divina, E come a buon cantor buon citarista sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda con le parole mover le fiammette. Già eran li occhi miei rifissi al volto E quella non ridea; ma «S’io ridessi», ché la bellezza mia, che per le scale se non si temperasse, tanto splende, Noi sem levati al settimo splendore, Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, Qual savesse qual era la pastura conoscerebbe quanto m’era a grato Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, di color d’oro in che raggio traluce Vidi anche per li gradi scender giuso E come, per lo natural costume, poi altre vanno via sanza ritorno, tal modo parve me che quivi fosse E quel che presso più ci si ritenne, Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando Per ch’ella, che vedëa il tacer mio E io incominciai: «La mia mercede vita beata che ti stai nascosta e dì perché si tace in questa rota «Tu hai l’udir mortal sì come il viso», Giù per li gradi de la scala santa né più amor mi fece esser più presta, Ma l’alta carità, che ci fa serve «Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, Né venni prima a l’ultima parola, poi rispuose l’amor che v’era dentro: la cui virtù, col mio veder congiunta, Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, però che sì s’innoltra ne lo abisso E al mondo mortal, quando tu riedi, La mente, che qui luce, in terra fumma; Sì mi prescrisser le parole sue, «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, e fanno un gibbo che si chiama Catria, Così ricominciommi il terzo sermo; che pur con cibi di liquor d’ulivi Render solea quel chiostro a questi cieli In quel loco fu’ io Pietro Damiano, Poca vita mortal m’era rimasa, Venne Cefàs e venne il gran vasello Or voglion quinci e quindi chi rincalzi Cuopron d’i manti loro i palafreni, A questa voce vid’ io più fiammelle Dintorno a questa vennero e fermarsi, né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. Oppresso di stupore, a la mia guida e quella, come madre che soccorre mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? Come t’avrebbe trasmutato il canto, nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, La spada di qua sù non taglia in fretta Ma rivolgiti omai inverso altrui; Come a lei piacque, li occhi ritornai, Io stava come quei che ’n sé repreme e la maggiore e la più luculenta Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi Ma perché tu, aspettando, non tarde Quel monte a cui Cassino è ne la costa e quel son io che sù vi portai prima e tanta grazia sopra me relusse, Questi altri fuochi tutti contemplanti Qui è Maccario, qui è Romoaldo, E io a lui: «L’affetto che dimostri così m’ha dilatata mia fidanza, Però ti priego, e tu, padre, m’accerta Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio Ivi è perfetta, matura e intera perché non è in loco e non s’impola; Infin là sù la vide il patriarca Ma, per salirla, mo nessun diparte Le mura che solieno esser badia Ma grave usura tanto non si tolle ché quantunque la Chiesa guarda, tutto La carne d’i mortali è tanto blanda, Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, e se guardi ’l principio di ciascuno, Veramente Iordan vòlto retrorso Così mi disse, e indi si raccolse La dolce donna dietro a lor mi pinse né mai qua giù dove si monta e cala S’io torni mai, lettore, a quel divoto tu non avresti in tanto tratto e messo O glorïose stelle, o lume pregno con voi nasceva e s’ascondeva vosco e poi, quando mi fu grazia largita A voi divotamente ora sospira «Tu se’ sì presso a l’ultima salute», e però, prima che tu più t’inlei, sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo Col viso ritornai per tutte quante e quel consiglio per migliore approbo Vidi la figlia di Latona incensa L’aspetto del tuo nato, Iperïone, Quindi m’apparve il temperar di Giove e tutti e sette mi si dimostraro L’aiuola che ci fa tanto feroci, poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. Come l’augello, intra l’amate fronde, che, per veder li aspetti disïati previene il tempo in su aperta frasca, così la donna mïa stava eretta sì che, veggendola io sospesa e vaga, Ma poco fu tra uno e altro quando, e Bëatrice disse: «Ecco le schiere Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, Quale ne’ plenilunïi sereni vid’ i’ sopra migliaia di lucerne e per la viva luce trasparea Oh Bëatrice, dolce guida e cara! Quivi è la sapïenza e la possanza Come foco di nube si diserra la mente mia così, tra quelle dape «Apri li occhi e riguarda qual son io; Io era come quei che si risente quand’ io udi’ questa proferta, degna Se mo sonasser tutte quelle lingue per aiutarmi, al millesmo del vero e così, figurando il paradiso, Ma chi pensasse il ponderoso tema non è pareggio da picciola barca «Perché la faccia mia sì t’innamora, Quivi è la rosa in che ’l verbo divino Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli Come a raggio di sol, che puro mei vid’ io così più turbe di splendori, O benigna vertù che sì li ’mprenti, Il nome del bel fior ch’io sempre invoco e come ambo le luci mi dipinse per entro il cielo scese una facella, Qualunque melodia più dolce suona comparata al sonar di quella lira «Io sono amore angelico, che giro e girerommi, donna del ciel, mentre Così la circulata melodia Lo real manto di tutti i volumi avea sopra di noi l’interna riva però non ebber li occhi miei potenza E come fantolin che ’nver’ la mamma ciascun di quei candori in sù si stese Indi rimaser lì nel mio cospetto, Oh quanta è l’ubertà che si soffolce Quivi si vive e gode del tesoro Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio colui che tien le chiavi di tal gloria. «O sodalizio eletto a la gran cena se per grazia di Dio questi preliba ponete mente a l’affezione immensa Così Beatrice; e quelle anime liete E come cerchi in tempra d’orïuoli così quelle carole, differente- Di quella ch’io notai di più carezza e tre fïate intorno di Beatrice Però salta la penna e non lo scrivo: «O santa suora mia che sì ne prieghe Poscia fermato, il foco benedetto Ed ella: «O luce etterna del gran viro tenta costui di punti lievi e gravi, S’elli ama bene e bene spera e crede, ma perché questo regno ha fatto civi Sì come il baccialier s’arma e non parla così m’armava io d’ogne ragione «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte «La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», E seguitai: «Come ’l verace stilo fede è sustanza di cose sperate Allora udi’: «Dirittamente senti, E io appresso: «Le profonde cose che l’esser loro v’è in sola credenza, E da questa credenza ci convene Allora udi’: «Se quantunque s’acquista Così spirò di quello amore acceso; ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». Appresso uscì de la luce profonda onde ti venne?». E io: «La larga ploia è silogismo che la m’ha conchiusa Io udi’ poi: «L’antica e la novella E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura «Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», ché tu intrasti povero e digiuno Finito questo, l’alta corte santa E quel baron che sì di ramo in ramo, ricominciò: «La Grazia, che donnea sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; «O santo padre, e spirito che vedi comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti E io rispondo: Io credo in uno Dio e a tal creder non ho io pur prove per Moïsè, per profeti e per salmi, e credo in tre persone etterne, e queste De la profonda condizion divina Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, così, benedicendomi cantando, io avea detto: sì nel dir li piacqui! Se mai continga che ’l poema sacro vinca la crudeltà che fuor mi serra con altra voce omai, con altro vello però che ne la fede, che fa conte Indi si mosse un lume verso noi e la mia donna, piena di letizia, Sì come quando il colombo si pone così vid’ ïo l’un da l’altro grande Ma poi che ’l gratular si fu assolto, Ridendo allora Bëatrice disse: fa risonar la spene in questa altezza: «Leva la testa e fa che t’assicuri: Questo conforto del foco secondo «Poi che per grazia vuol che tu t’affronti sì che, veduto il ver di questa corte, di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora E quella pïa che guidò le penne «La Chiesa militante alcun figliuolo però li è conceduto che d’Egitto Li altri due punti, che non per sapere a lui lasc’ io, ché non li saran forti Come discente ch’a dottor seconda «Spene», diss’ io, «è uno attender certo Da molte stelle mi vien questa luce; ‘Sperino in te’, ne la sua tëodia Tu mi stillasti, con lo stillar suo, Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo vuol ch’io respiri a te che ti dilette E io: «Le nove e le scritture antiche Dice Isaia che ciascuna vestita e ’l tuo fratello assai vie più digesta, E prima, appresso al fin d’este parole, Poscia tra esse un lume si schiarì E come surge e va ed entra in ballo così vid’ io lo schiarato splendore Misesi lì nel canto e ne la rota; «Questi è colui che giacque sopra ’l petto La donna mia così; né però piùe Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco In terra è terra il mio corpo, e saragli Con le due stole nel beato chiostro A questa voce l’infiammato giro sì come, per cessar fatica o rischio, Ahi quanto ne la mente mi commossi, presso di lei, e nel mondo felice! Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, dicendo: «Intanto che tu ti risense Comincia dunque; e dì ove s’appunta perché la donna che per questa dia Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo Lo ben che fa contenta questa corte, Quella medesma voce che paura e disse: «Certo a più angusto vaglio E io: «Per filosofici argomenti ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, più che in altra convien che si mova Tal vero a l’intelletto mïo sterne Sternel la voce del verace autore, Sternilmi tu ancora, incominciando E io udi’: «Per intelletto umano Ma dì ancor se tu senti altre corde Non fu latente la santa intenzione Però ricominciai: «Tutti quei morsi ché l’essere del mondo e l’esser mio, con la predetta conoscenza viva, Le fronde onde s’infronda tutto l’orto Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto E come a lume acuto si disonna e lo svegliato ciò che vede aborre, così de li occhi miei ogne quisquilia onde mei che dinanzi vidi poi; E la mia donna: «Dentro da quei rai Come la fronda che flette la cima fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, E cominciai: «O pomo che maturo divoto quanto posso a te supplìco Talvolta un animal coverto broglia, e similmente l’anima primaia Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta perch’ io la veggio nel verace speglio Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose e quanto fu diletto a li occhi miei, Or, figluol mio, non il gustar del legno Quindi onde mosse tua donna Virgilio, e vidi lui tornare a tutt’ i lumi La lingua ch’io parlai fu tutta spenta ché nullo effetto mai razïonabile, Opera naturale è ch’uom favella; Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, e El si chiamò poi: e ciò convene, Nel monte che si leva più da l’onda, come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». ‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! Dinanzi a li occhi miei le quattro face e tal ne la sembianza sua divenne, La provedenza, che quivi comparte quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, fatt’ ha del cimitero mio cloaca Di quel color che per lo sole avverso E come donna onesta che permane così Beatrice trasmutò sembianza; Poi procedetter le parole sue «Non fu la sposa di Cristo allevata ma per acquisto d’esto viver lieto Non fu nostra intenzion ch’a destra mano né che le chiavi che mi fuor concesse, né ch’io fossi figura di sigillo In vesta di pastor lupi rapaci Del sangue nostro Caorsini e Guaschi Ma l’alta provedenza, che con Scipio e tu, figliuol, che per lo mortal pondo Sì come di vapor gelati fiocca in sù vid’ io così l’etera addorno Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, Onde la donna, che mi vide assolto Da l’ora ch’ïo avea guardato prima sì ch’io vedea di là da Gade il varco E più mi fora discoverto il sito La mente innamorata, che donnea e se natura o arte fé pasture tutte adunate, parrebber nïente E la virtù che lo sguardo m’indulse, Le parti sue vivissime ed eccelse Ma ella, che vedëa ’l mio disire, «La natura del mondo, che quïeta e questo cielo non ha altro dove Luce e amor d’un cerchio lui comprende, Non è suo moto per altro distinto, e come il tempo tegna in cotal testo Oh cupidigia che i mortali affonde Ben fiorisce ne li uomini il volere; Fede e innocenza son reperte Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, e tal, balbuzïendo, ama e ascolta Così si fa la pelle bianca nera Tu, perché non ti facci maraviglia, Ma prima che gennaio tutto si sverni che la fortuna che tanto s’aspetta, e vero frutto verrà dopo ’l fiore». Poscia che ’ncontro a la vita presente come in lo specchio fiamma di doppiero e sé rivolge per veder se ’l vetro così la mia memoria si ricorda E com’ io mi rivolsi e furon tocchi un punto vidi che raggiava lume e quale stella par quinci più poca, Forse cotanto quanto pare appresso distante intorno al punto un cerchio d’igne e questo era d’un altro circumcinto, Sopra seguiva il settimo sì sparto Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno e quello avea la fiamma più sincera La donna mia, che mi vedëa in cura Mira quel cerchio che più li è congiunto; E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto ma nel mondo sensibile si puote Onde, se ’l mio disir dee aver fine udir convienmi ancor come l’essemplo «Se li tuoi diti non sono a tal nodo Così la donna mia; poi disse: «Piglia Li cerchi corporai sono ampi e arti Maggior bontà vuol far maggior salute; Dunque costui che tutto quanto rape per che, se tu a la virtù circonde tu vederai mirabil consequenza Come rimane splendido e sereno per che si purga e risolve la roffia così fec’ïo, poi che mi provide E poi che le parole sue restaro, L’incendio suo seguiva ogne scintilla; Io sentiva osannar di coro in coro E quella che vedëa i pensier dubi Così veloci seguono i suoi vimi, Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, e dei saper che tutti hanno diletto Quinci si può veder come si fonda e del vedere è misura mercede, L’altro ternaro, che così germoglia perpetüalemente ‘Osanna’ sberna In essa gerarcia son l’altre dee: Poscia ne’ due penultimi tripudi Questi ordini di sù tutti s’ammirano, E Dïonisio con tanto disio Ma Gregorio da lui poi si divise; E se tanto secreto ver proferse con altro assai del ver di questi giri». Quando ambedue li figli di Latona, quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra tanto, col volto di riso dipinto, Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, Non per aver a sé di bene acquisto, in sua etternità di tempo fore, Né prima quasi torpente si giacque; Forma e materia, congiunte e purette, E come in vetro, in ambra o in cristallo così ’l triforme effetto del suo sire Concreato fu ordine e costrutto pura potenza tenne la parte ima; Ieronimo vi scrisse lungo tratto ma questo vero è scritto in molti lati e anche la ragione il vede alquanto, Or sai tu dove e quando questi amori Né giugneriesi, numerando, al venti L’altra rimase, e cominciò quest’ arte Principio del cader fu il maladetto Quelli che vedi qui furon modesti per che le viste lor furo essaltate e non voglio che dubbi, ma sia certo, Omai dintorno a questo consistorio Ma perché ’n terra per le vostre scole ancor dirò, perché tu veggi pura Queste sustanze, poi che fur gioconde però non hanno vedere interciso sì che là giù, non dormendo, si sogna, Voi non andate giù per un sentiero E ancor questo qua sù si comporta Non vi si pensa quanto sangue costa Per apparer ciascun s’ingegna e face Un dice che la luna si ritorse e mente, ché la luce si nascose Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi sì che le pecorelle, che non sanno, Non disse Cristo al suo primo convento: e quel tanto sonò ne le sue guance, Ora si va con motti e con iscede Ma tale uccel nel becchetto s’annida, per cui tanta stoltezza in terra crebbe, Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, Ma perché siam digressi assai, ritorci Questa natura sì oltre s’ingrada e se tu guardi quel che si revela La prima luce, che tutta la raia, Onde, però che a l’atto che concepe Vedi l’eccelso omai e la larghezza uno manendo in sé come davanti». Forse semilia miglia di lontano quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, e come vien la chiarissima ancella Non altrimenti il trïunfo che lude a poco a poco al mio veder si stinse: Se quanto infino a qui di lei si dice La bellezza ch’io vidi si trasmoda Da questo passo vinto mi concedo ché, come sole in viso che più trema, Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso ma or convien che mio seguir desista Cotal qual io lascio a maggior bando con atto e voce di spedito duce luce intellettüal, piena d’amore; Qui vederai l’una e l’altra milizia Come sùbito lampo che discetti così mi circunfulse luce viva, «Sempre l’amor che queta questo cielo Non fur più tosto dentro a me venute e di novella vista mi raccesi e vidi lume in forma di rivera Di tal fiumana uscian faville vive, poi, come inebrïate da li odori, «L’alto disio che mo t’infiamma e urge, ma di quest’ acqua convien che tu bei Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi Non che da sé sian queste cose acerbe; Non è fantin che sì sùbito rua come fec’ io, per far migliori spegli e sì come di lei bevve la gronda Poi, come gente stata sotto larve, così mi si cambiaro in maggior feste O isplendor di Dio, per cu’ io vidi Lume è là sù che visibile face E’ si distende in circular figura, Fassi di raggio tutta sua parvenza E come clivo in acqua di suo imo sì, soprastando al lume intorno intorno, E se l’infimo grado in sé raccoglie La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza Presso e lontano, lì, né pon né leva: Nel giallo de la rosa sempiterna, qual è colui che tace e dicer vole, Vedi nostra città quant’ ella gira; E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni sederà l’alma, che fia giù agosta, La cieca cupidigia che v’ammalia E fia prefetto nel foro divino Ma poco poi sarà da Dio sofferto e farà quel d’Alagna intrar più giuso». In forma dunque di candida rosa ma l’altra, che volando vede e canta sì come schiera d’ape che s’infiora nel gran fior discendeva che s’addorna Le facce tutte avean di fiamma viva Quando scendean nel fior, di banco in banco Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore ché la luce divina è penetrante Questo sicuro e gaudïoso regno, O trina luce che ’n unica stella Se i barbari, venendo da tal plaga veggendo Roma e l’ardüa sua opra, ïo, che al divino da l’umano, di che stupor dovea esser compiuto! E quasi peregrin che si ricrea su per la viva luce passeggiando, Vedëa visi a carità süadi, La forma general di paradiso e volgeami con voglia rïaccesa Uno intendëa, e altro mi rispuose: Diffuso era per li occhi e per le gene E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. e se riguardi sù nel terzo giro Sanza risponder, li occhi sù levai, Da quella regïon che più sù tona quanto lì da Beatrice la mia vista; «O donna in cui la mia speranza vige, di tante cose quant’ i’ ho vedute, Tu m’hai di servo tratto a libertate La tua magnificenza in me custodi, Così orai; e quella, sì lontana E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi vola con li occhi per questo giardino; E la regina del cielo, ond’ ïo ardo Qual è colui che forse di Croazia ma dice nel pensier, fin che si mostra: tal era io mirando la vivace «Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», ma guarda i cerchi infino al più remoto, Io levai li occhi; e come da mattina così, quasi di valle andando a monte E come quivi ove s’aspetta il temo così quella pacifica oriafiamma e a quel mezzo, con le penne sparte, Vidi a lor giochi quivi e a lor canti e s’io avessi in dir tanta divizia Bernardo, come vide li occhi miei che ’ miei di rimirar fé più ardenti. Affetto al suo piacer, quel contemplante «La piaga che Maria richiuse e unse, Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, Sarra e Rebecca, Iudìt e colei puoi tu veder così di soglia in soglia E dal settimo grado in giù, sì come perché, secondo lo sguardo che fée Da questa parte onde ’l fiore è maturo da l’altra parte onde sono intercisi E come quinci il glorïoso scanno così di contra quel del gran Giovanni, e sotto lui così cerner sortiro Or mira l’alto proveder divino: E sappi che dal grado in giù che fiede ma per l’altrui, con certe condizioni: Ben te ne puoi accorger per li volti Or dubbi tu e dubitando sili; Dentro a l’ampiezza di questo reame ché per etterna legge è stabilito e però questa festinata gente Lo rege per cui questo regno pausa le menti tutte nel suo lieto aspetto E ciò espresso e chiaro vi si nota Però, secondo il color d’i capelli, Dunque, sanza mercé di lor costume, Bastavasi ne’ secoli recenti poi che le prime etadi fuor compiute, ma poi che ’l tempo de la grazia venne, Riguarda omai ne la faccia che a Cristo Io vidi sopra lei tanta allegrezza che quantunque io avea visto davante, e quello amor che primo lì discese, Rispuose a la divina cantilena «O santo padre, che per me comporte qual è quell’ angel che con tanto gioco Così ricorsi ancora a la dottrina Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria perch’ elli è quelli che portò la palma Ma vieni omai con li occhi sì com’ io Quei due che seggon là sù più felici colui che da sinistra le s’aggiusta dal destro vedi quel padre vetusto E quei che vide tutti i tempi gravi, siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, e contro al maggior padre di famiglia Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, e drizzeremo li occhi al primo amore, Veramente, ne forse tu t’arretri grazia da quella che puote aiutarti; E cominciò questa santa orazione: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, tu se’ colei che l’umana natura Nel ventre tuo si raccese l’amore, Qui se’ a noi meridïana face Donna, se’ tanto grande e tanto vali, La tua benignità non pur soccorre In te misericordia, in te pietate, Or questi, che da l’infima lacuna supplica a te, per grazia, di virtute E io, che mai per mio veder non arsi perché tu ogne nube li disleghi Ancor ti priego, regina, che puoi Vinca tua guardia i movimenti umani: Li occhi da Dio diletti e venerati, indi a l’etterno lume s’addrizzaro, E io ch’al fine di tutt’ i disii Bernardo m’accennava, e sorridea, ché la mia vista, venendo sincera, Da quinci innanzi il mio veder fu maggio Qual è colüi che sognando vede, cotal son io, ché quasi tutta cessa Così la neve al sol si disigilla; O somma luce che tanto ti levi e fa la lingua mia tanto possente, ché, per tornare alquanto a mia memoria Io credo, per l’acume ch’io soffersi E’ mi ricorda ch’io fui più ardito Oh abbondante grazia ond’ io presunsi Nel suo profondo vidi che s’interna, sustanze e accidenti e lor costume La forma universal di questo nodo Un punto solo m’è maggior letargo Così la mente mia, tutta sospesa, A quella luce cotal si diventa, però che ’l ben, ch’è del volere obietto, Omai sarà più corta mia favella, Non perché più ch’un semplice sembiante ma per la vista che s’avvalorava Ne la profonda e chiara sussistenza e l’un da l’altro come iri da iri Oh quanto è corto il dire e come fioco O luce etterna che sola in te sidi, Quella circulazion che sì concetta dentro da sé, del suo colore stesso, Qual è ’l geomètra che tutto s’affige tal era io a quella vista nova: ma non eran da ciò le proprie penne: A l’alta fantasia qui mancò possa; l’amor che move il sole e l’altre stelle.LA DIVINA COMMEDIA
di Dante Alighieri
CANTICA III: PARADISO
Contents
PARADISO Canto I. Canto II. Canto III. Canto IV. Canto V. Canto VI. Canto VII. Canto VIII. Canto IX. Canto X. Canto XI. Canto XII. Canto XIII. Canto XIV. Canto XV. Canto XVI. Canto XVII. Canto XVIII. Canto XIX. Canto XX. Canto XXI. Canto XXII. Canto XXIII. Canto XXIV. Canto XXV. Canto XXVI. Canto XXVII. Canto XXVIII. Canto XXIX. Canto XXX. Canto XXXI. Canto XXXII. Canto XXXIII. PARADISO
Paradiso
Canto I
per l’universo penetra,best dinosaur figures for 13 year olds under 50 dollars e risplende
in una parte più e meno altrove.
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l’amato alloro.
assai mi fu; ma or con amendue
m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.
tanto che l’ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l’umane voglie,
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l’altra parte nera,
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s’affisse unquanco.
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l’umana spece.
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
com’ ferro che bogliente esce del foco;
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d’un altro sole addorno.
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
non si poria; però l’essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.
novellamente, amor che ’l ciel governi,
tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.
a quïetarmi l’animo commosso,
pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l’avessi scosso.
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch’ad esso riedi».
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu’ inretito
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com’ io trascenda questi corpi levi».
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l’universo a Dio fa simigliante.
de l’etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.
questi ne’ cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;
d’intelligenza quest’ arco saetta,
ma quelle c’hanno intelletto e amore.
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
perch’ a risponder la materia è sorda,
talor la creatura, c’ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;
foco di nube, sì l’impeto primo
l’atterra torto da falso piacere.
lo tuo salir, se non come d’un rivo
se d’alto monte scende giuso ad imo.
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
com’ a terra quïete in foco vivo».Paradiso
Canto II
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l’Orse.
per tempo al pan de li angeli, del quale
vivesi qui ma non sen vien satollo,
vostro navigio, servando mio solco
dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
non s’ammiraron come voi farete,
quando Iasón vider fatto bifolco.
del deïforme regno cen portava
veloci quasi come ’l ciel vedete.
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
e vola e da la noce si dischiava,
mi torse il viso a sé; e però quella
cui non potea mia cura essere ascosa,
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
«che n’ha congiunti con la prima stella».
lucida, spessa, solida e pulita,
quasi adamante che lo sol ferisse.
ne ricevette, com’ acqua recepe
raggio di luce permanendo unita.
com’ una dimensione altra patio,
ch’esser convien se corpo in corpo repe,
di veder quella essenza in che si vede
come nostra natura e Dio s’unio.
non dimostrato, ma fia per sé noto
a guisa del ver primo che l’uom crede.
com’ esser posso più, ringrazio lui
lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
di questo corpo, che là giuso in terra
fan di Cain favoleggiare altrui?».
l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
dove chiave di senso non diserra,
d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
vedi che la ragione ha corte l’ali.
E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
credo che fanno i corpi rari e densi».
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
l’argomentar ch’io li farò avverso.
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
notar si posson di diversi volti.
una sola virtù sarebbe in tutti,
più e men distributa e altrettanto.
di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
seguiterieno a tua ragion distrutti.
cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
fora di sua materia sì digiuno
lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
nel suo volume cangerebbe carte.
ne l’eclissi del sol, per trasparere
lo lume come in altro raro ingesto.
de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
falsificato fia lo tuo parere.
esser conviene un termine da onde
lo suo contrario più passar non lassi;
così come color torna per vetro
lo qual di retro a sé piombo nasconde.
ivi lo raggio più che in altre parti,
per esser lì refratto più a retro.
esperïenza, se già mai la provi,
ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
ti stea un lume che i tre specchi accenda
e torni a te da tutti ripercosso.
la vista più lontana, lì vedrai
come convien ch’igualmente risplenda.
de la neve riman nudo il suggetto
e dal colore e dal freddo primai,
voglio informar di luce sì vivace,
che ti tremolerà nel suo aspetto.
si gira un corpo ne la cui virtute
l’esser di tutto suo contento giace.
quell’ esser parte per diverse essenze,
da lui distratte e da lui contenute.
le distinzion che dentro da sé hanno
dispongono a lor fini e lor semenze.
come tu vedi omai, di grado in grado,
che di sù prendono e di sotto fanno.
per questo loco al vero che disiri,
sì che poi sappi sol tener lo guado.
come dal fabbro l’arte del martello,
da’ beati motor convien che spiri;
de la mente profonda che lui volve
prende l’image e fassene suggello.
per differenti membra e conformate
a diverse potenze si risolve,
multiplicata per le stelle spiega,
girando sé sovra sua unitate.
col prezïoso corpo ch’ella avviva,
nel qual, sì come vita in voi, si lega.
la virtù mista per lo corpo luce
come letizia per pupilla viva.
par differente, non da denso e raro;
essa è formal principio che produce,Paradiso
Canto III
di bella verità m’avea scoverto,
provando e riprovando, il dolce aspetto;
me stesso, tanto quanto si convenne
leva’ il capo a proferer più erto;
a sé me tanto stretto, per vedersi,
che di mia confession non mi sovvenne.
o ver per acque nitide e tranquille,
non sì profonde che i fondi sien persi,
debili sì, che perla in bianca fronte
non vien men forte a le nostre pupille;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
quelle stimando specchiati sembianti,
per veder di cui fosser, li occhi torsi;
dritti nel lume de la dolce guida,
che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
vere sustanze son ciò che tu vedi,
qui rilegate per manco di voto.
ché la verace luce che le appaga
da sé non lascia lor torcer li piedi».
di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
di vita etterna la dolcezza senti
che, non gustata, non s’intende mai,
del nome tuo e de la vostra sorte».
Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
a giusta voglia, se non come quella
che vuol simile a sé tutta sua corte.
e se la mente tua ben sé riguarda,
non mi ti celerà l’esser più bella,
che, posta qui con questi altri beati,
beata sono in la spera più tarda.
son nel piacer de lo Spirito Santo,
letizian del suo ordine formati.
però n’è data, perché fuor negletti
li nostri voti, e vòti in alcun canto».
vostri risplende non so che divino
che vi trasmuta da’ primi concetti:
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
sì che raffigurar m’è più latino.
disiderate voi più alto loco
per più vedere e per più farvi amici?».
da indi mi rispuose tanto lieta,
ch’arder parea d’amor nel primo foco:
virtù di carità, che fa volerne
sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
foran discordi li nostri disiri
dal voler di colui che qui ne cerne;
s’essere in carità è qui necesse,
e se la sua natura ben rimiri.
tenersi dentro a la divina voglia,
per ch’una fansi nostre voglie stesse;
per questo regno, a tutto il regno piace
com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
ell’ è quel mare al qual tutto si move
ciò ch’ella crïa o che natura face».
in cielo è paradiso, etsi la grazia
del sommo ben d’un modo non vi piove.
e d’un altro rimane ancor la gola,
che quel si chere e di quel si ringrazia,
per apprender da lei qual fu la tela
onde non trasse infino a co la spuola.
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
nel vostro mondo giù si veste e vela,
con quello sposo ch’ogne voto accetta
che caritate a suo piacer conforma.
fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
e promisi la via de la sua setta.
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
da la mia destra parte e che s’accende
di tutto il lume de la spera nostra,
sorella fu, e così le fu tolta
di capo l’ombra de le sacre bende.
contra suo grado e contra buona usanza,
non fu dal vel del cor già mai disciolta.
che del secondo vento di Soave
generò ’l terzo e l’ultima possanza».
Maria’ cantando, e cantando vanio
come per acqua cupa cosa grave.
quanto possibil fu, poi che la perse,
volsesi al segno di maggior disio,
ma quella folgorò nel mïo sguardo
sì che da prima il viso non sofferse;Paradiso
Canto IV
d’un modo, prima si morria di fame,
che liber’ omo l’un recasse ai denti;
di fieri lupi, igualmente temendo;
sì si starebbe un cane intra due dame:
da li miei dubbi d’un modo sospinto,
poi ch’era necessario, né commendo.
m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
più caldo assai che per parlar distinto.
Nabuccodonosor levando d’ira,
che l’avea fatto ingiustamente fello;
uno e altro disio, sì che tua cura
sé stessa lega sì che fuor non spira.
la vïolenza altrui per qual ragione
di meritar mi scema la misura?”.
parer tornarsi l’anime a le stelle,
secondo la sentenza di Platone.
pontano igualmente; e però pria
tratterò quella che più ha di felle.
Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
che prender vuoli, io dico, non Maria,
che questi spirti che mo t’appariro,
né hanno a l’esser lor più o meno anni;
e differentemente han dolce vita
per sentir più e men l’etterno spiro.
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestïal c’ha men salita.
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d’intelletto degno.
a vostra facultate, e piedi e mano
attribuisce a Dio e altro intende;
Gabrïel e Michel vi rappresenta,
e l’altro che Tobia rifece sano.
non è simile a ciò che qui si vede,
però che, come dice, par che senta.
credendo quella quindi esser decisa
quando natura per forma la diede;
che la voce non suona, ed esser puote
con intenzion da non esser derisa.
l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
in alcun vero suo arco percuote.
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
Mercurio e Marte a nominar trascorse.
ha men velen, però che sua malizia
non ti poria menar da me altrove.
ne li occhi d’i mortali, è argomento
di fede e non d’eretica nequizia.
ben penetrare a questa veritate,
come disiri, ti farò contento.
nïente conferisce a quel che sforza,
non fuor quest’ alme per essa scusate:
ma fa come natura face in foco,
se mille volte vïolenza il torza.
segue la forza; e così queste fero
possendo rifuggir nel santo loco.
come tenne Lorenzo in su la grada,
e fece Muzio a la sua man severo,
ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
ma così salda voglia è troppo rada.
l’hai come dei, è l’argomento casso
che t’avria fatto noia ancor più volte.
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
non usciresti: pria saresti lasso.
ch’alma beata non poria mentire,
però ch’è sempre al primo vero appresso;
che l’affezion del vel Costanza tenne;
sì ch’ella par qui meco contradire.
che, per fuggir periglio, contra grato
si fé di quel che far non si convenne;
dal padre suo, la propria madre spense,
per non perder pietà si fé spietato.
che la forza al voler si mischia, e fanno
sì che scusar non si posson l’offense.
ma consentevi in tanto in quanto teme,
se si ritrae, cadere in più affanno.
de la voglia assoluta intende, e io
de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
tal puose in pace uno e altro disio.
diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
e scalda sì, che più e più m’avviva,
che basti a render voi grazia per grazia;
ma quei che vede e puote a ciò risponda.
nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
di fuor dal qual nessun vero si spazia.
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
se non, ciascun disio sarebbe frustra.
a piè del vero il dubbio; ed è natura
ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
con reverenza, donna, a dimandarvi
d’un’altra verità che m’è oscura.
ai voti manchi sì con altri beni,
ch’a la vostra statera non sien parvi».
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,Paradiso
Canto V
di là dal modo che ’n terra si vede,
sì che del viso tuo vinco il valore,
da perfetto veder, che, come apprende,
così nel bene appreso move il piede.
ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
che, vista, sola e sempre amore accende;
non è se non di quella alcun vestigio,
mal conosciuto, che quivi traluce.
per manco voto, si può render tanto
che l’anima sicuri di letigio».
e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
continüò così ’l processo santo:
fesse creando, e a la sua bontate
più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
di che le creature intelligenti,
e tutte e sole, fuoro e son dotate.
l’alto valor del voto, s’è sì fatto
che Dio consenta quando tu consenti;
vittima fassi di questo tesoro,
tal quale io dico; e fassi col suo atto.
Se credi bene usar quel c’hai offerto,
di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
però che ’l cibo rigido c’hai preso,
richiede ancora aiuto a tua dispensa.
e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere inteso.
di questo sacrificio: l’una è quella
di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
se non servata; e intorno di lei
sì preciso di sopra si favella:
pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
sì permutasse, come saver dei.
puote ben esser tal, che non si falla
se con altra materia si converta.
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
e de la chiave bianca e de la gialla;
se la cosa dimessa in la sorpresa
come ’l quattro nel sei non è raccolta.
per suo valor che tragga ogne bilancia,
sodisfar non si può con altra spesa.
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
come Ieptè a la sua prima mancia;
che, servando, far peggio; e così stolto
ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
e fé pianger di sé i folli e i savi
ch’udir parlar di così fatto cólto.
non siate come penna ad ogne vento,
e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
questo vi basti a vostro salvamento.
uomini siate, e non pecore matte,
sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
de la sua madre, e semplice e lascivo
seco medesmo a suo piacer combatte!».
poi si rivolse tutta disïante
a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
come nel lume di quel ciel si mise,
che più lucente se ne fé ’l pianeta.
qual mi fec’ io che pur da mia natura
trasmutabile son per tutte guise!
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
per modo che lo stimin lor pastura,
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
«Ecco chi crescerà li nostri amori».
vedeasi l’ombra piena di letizia
nel folgór chiaro che di lei uscia.
non procedesse, come tu avresti
di più savere angosciosa carizia;
m’era in disio d’udir lor condizioni,
sì come a li occhi mi fur manifesti.
del trïunfo etternal concede grazia
prima che la milizia s’abbandoni,
noi semo accesi; e però, se disii
di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
sicuramente, e credi come a dii».
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
anima degna, il grado de la spera
che si vela a’ mortai con altrui raggi».
che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
lucente più assai di quel ch’ell’ era.
per troppa luce, come ’l caldo ha róse
le temperanze d’i vapori spessi,
dentro al suo raggio la figura santa;
e così chiusa chiusa mi rispuoseParadiso
Canto VI
contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
dietro a l’antico che Lavina tolse,
ne lo stremo d’Europa si ritenne,
vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
governò ’l mondo lì di mano in mano,
e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
una natura in Cristo esser, non piùe,
credea, e di tal fede era contento;
sommo pastore, a la fede sincera
mi dirizzò con le parole sue.
vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contradizione e falsa e vera.
a Dio per grazia piacque di spirarmi
l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
cui la destra del ciel fu sì congiunta,
che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
la mia risposta; ma sua condizione
mi stringe a seguitare alcuna giunta,
si move contr’ al sacrosanto segno
e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
di reverenza; e cominciò da l’ora
che Pallante morì per darli regno.
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
al dolor di Lucrezia in sette regi,
vincendo intorno le genti vicine.
Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
incontro a li altri principi e collegi;
negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
ebber la fama che volontier mirro.
che di retro ad Anibale passaro
l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
Scipïone e Pompeo; e a quel colle
sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
redur lo mondo a suo modo sereno,
Cesare per voler di Roma il tolle.
Isara vide ed Era e vide Senna
e ogne valle onde Rodano è pieno.
e saltò Rubicon, fu di tal volo,
che nol seguiteria lingua né penna.
poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
rivide e là dov’ Ettore si cuba;
e mal per Tolomeo poscia si scosse.
onde si volse nel vostro occidente,
ove sentia la pompeana tuba.
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra.
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro.
fatto avea prima e poi era fatturo
per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
se in mano al terzo Cesare si mira
con occhio chiaro e con affetto puro;
li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
gloria di far vendetta a la sua ira.
poscia con Tito a far vendetta corse
de la vendetta del peccato antico.
la Santa Chiesa, sotto le sue ali
Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
ch’io accusai di sopra e di lor falli,
che son cagion di tutti vostri mali.
oppone, e l’altro appropria quello a parte,
sì ch’è forte a veder chi più si falli.
sott’ altro segno, ché mal segue quello
sempre chi la giustizia e lui diparte;
coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
ch’a più alto leon trasser lo vello.
per la colpa del padre, e non si creda
che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
d’i buoni spirti che son stati attivi
perché onore e fama li succeda:
sì disvïando, pur convien che i raggi
del vero amore in sù poggin men vivi.
col merto è parte di nostra letizia,
perché non li vedem minor né maggi.
in noi l’affetto sì, che non si puote
torcer già mai ad alcuna nequizia.
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote.
luce la luce di Romeo, di cui
fu l’ovra grande e bella mal gradita.
non hanno riso; e però mal cammina
qual si fa danno del ben fare altrui.
Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
Romeo, persona umìle e peregrina.
a dimandar ragione a questo giusto,
che li assegnò sette e cinque per diece,
e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
mendicando sua vita a frusto a frusto,Paradiso
Canto VII
superillustrans claritate tua
felices ignes horum malacòth!».
fu viso a me cantare essa sustanza,
sopra la qual doppio lume s’addua;
e quasi velocissime faville
mi si velar di sùbita distanza.
fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
che mi diseta con le dolci stille’.
di tutto me, pur per Be e per ice,
mi richinava come l’uom ch’assonna.
e cominciò, raggiandomi d’un riso
tal, che nel foco faria l’uom felice:
come giusta vendetta giustamente
punita fosse, t’ha in pensier miso;
e tu ascolta, ché le mie parole
di gran sentenza ti faran presente.
freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
dannando sé, dannò tutta sua prole;
giù per secoli molti in grande errore,
fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
s’era allungata, unì a sé in persona
con l’atto sol del suo etterno amore.
questa natura al suo fattore unita,
qual fu creata, fu sincera e buona;
di paradiso, però che si torse
da via di verità e da sua vita.
s’a la natura assunta si misura,
nulla già mai sì giustamente morse;
guardando a la persona che sofferse,
in che era contratta tal natura.
ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
quando si dice che giusta vendetta
poscia vengiata fu da giusta corte.
di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
del qual con gran disio solver s’aspetta.
ma perché Dio volesse, m’è occulto,
a nostra redenzion pur questo modo”.
a li occhi di ciascuno il cui ingegno
ne la fiamma d’amor non è adulto.
molto si mira e poco si discerne,
dirò perché tal modo fu più degno.
ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
sì che dispiega le bellezze etterne.
non ha poi fine, perché non si move
la sua imprenta quand’ ella sigilla.
libero è tutto, perché non soggiace
a la virtute de le cose nove.
ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
ne la più somigliante è più vivace.
l’umana creatura, e s’una manca,
di sua nobilità convien che caggia.
e falla dissimìle al sommo bene,
per che del lume suo poco s’imbianca;
se non rïempie, dove colpa vòta,
contra mal dilettar con giuste pene.
nel seme suo, da queste dignitadi,
come di paradiso, fu remota;
ben sottilmente, per alcuna via,
sanza passar per un di questi guadi:
dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
avesse sodisfatto a sua follia.
de l’etterno consiglio, quanto puoi
al mio parlar distrettamente fisso.
mai sodisfar, per non potere ir giuso
con umiltate obedïendo poi,
e questa è la cagion per che l’uom fue
da poter sodisfar per sé dischiuso.
riparar l’omo a sua intera vita,
dico con l’una, o ver con amendue.
da l’operante, quanto più appresenta
de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
di proceder per tutte le sue vie,
a rilevarvi suso, fu contenta.
sì alto o sì magnifico processo,
o per l’una o per l’altra, fu o fie:
per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
che s’elli avesse sol da sé dimesso;
a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
non fosse umilïato ad incarnarsi.
ritorno a dichiararti in alcun loco,
perché tu veggi lì così com’ io.
l’aere e la terra e tutte lor misture
venire a corruzione, e durar poco;
per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
esser dovrien da corruzion sicure”.
nel qual tu se’, dir si posson creati,
sì come sono, in loro essere intero;
e quelle cose che di lor si fanno
da creata virtù sono informati.
creata fu la virtù informante
in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
di complession potenzïata tira
lo raggio e ’l moto de le luci sante;
la somma beninanza, e la innamora
di sé sì che poi sempre la disira.
vostra resurrezion, se tu ripensi
come l’umana carne fessi alloraParadiso
Canto VIII
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l’antico errore;
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
pigliavano il vocabol de la stella
che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
ma d’esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
e come in voce voce si discerne,
quand’ una è ferma e altra va e riede,
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;
sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
di rïudir non fui sanza disiro.
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
d’un giro e d’un girare e d’una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:
e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete».
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,
tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande affetto impressa.
per allegrezza nova che s’accrebbe,
quando parlai, a l’allegrezze sue!
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m’aspettava,
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
di quella terra che ’l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
l’avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;
per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
carcata più d’incarco non si pogna.
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca».
che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
grata m’è più; e anco quest’ ho caro
perché ’l discerni rimirando in Dio.
poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
com’ esser può, di dolce seme, amaro».
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
sono in la mente ch’è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
per l’omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
diversamente per diversi offici?
Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l’aere, il figlio perse.
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l’un da l’altro ostello.
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.
simil farebbe sempre a’ generanti,
se non vincesse il proveder divino.
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t’ammanti.
discorde a sé, com’ ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch’è da sermone;Paradiso
Canto IX
m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
che ricever dovea la sua semenza;
sì ch’io non posso dir se non che pianto
giusto verrà di retro ai vostri danni.
rivolta s’era al Sol che la rïempie
come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
che da sì fatto ben torcete i cuori,
drizzando in vanità le vostre tempie!
ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
significava nel chiarir di fori.
sovra me, come pria, di caro assenso
al mio disio certificato fermi.
beato spirto», dissi, «e fammi prova
ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
seguette come a cui di ben far giova:
italica che siede tra Rïalto
e le fontane di Brenta e di Piava,
là onde scese già una facella
che fece a la contrada un grande assalto.
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
perché mi vinse il lume d’esta stella;
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
che parria forse forte al vostro vulgo.
del nostro cielo che più m’è propinqua,
grande fama rimase; e pria che moia,
vedi se far si dee l’omo eccellente,
sì ch’altra vita la prima relinqua.
che Tagliamento e Adice richiude,
né per esser battuta ancor si pente;
cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
per essere al dover le genti crude;
tal signoreggia e va con la testa alta,
che già per lui carpir si fa la ragna.
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
sì, che per simil non s’entrò in malta.
che ricevesse il sangue ferrarese,
e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
per mostrarsi di parte; e cotai doni
conformi fieno al viver del paese.
onde refulge a noi Dio giudicante;
sì che questi parlar ne paion buoni».
che fosse ad altro volta, per la rota
in che si mise com’ era davante.
per cara cosa, mi si fece in vista
qual fin balasso in che lo sol percuota.
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
l’ombra di fuor, come la mente è trista.
diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
voglia di sé a te puot’ esser fuia.
sempre col canto di quei fuochi pii
che di sei ali facen la coculla,
Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
incominciaro allor le sue parole,
«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
tanto sen va, che fa meridïano
là dove l’orizzonte pria far suole.
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
parte lo Genovese dal Toscano.
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
che fé del sangue suo già caldo il porto.
fu noto il nome mio; e questo cielo
di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
noiando e a Sicheo e a Creusa,
di me, infin che si convenne al pelo;
fu da Demofoonte, né Alcide
quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
non de la colpa, ch’a mente non torna,
ma del valor ch’ordinò e provide.
cotanto affetto, e discernesi ’l bene
per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
ten porti che son nate in questa spera,
proceder ancor oltre mi convene.
che qui appresso me così scintilla
come raggio di sole in acqua mera.
Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
di lei nel sommo grado si sigilla.
che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
del trïunfo di Cristo fu assunta.
in alcun cielo de l’alta vittoria
che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
di Iosüè in su la Terra Santa,
che poco tocca al papa la memoria.
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
là dove Gabrïello aperse l’ali.
di Roma che son state cimitero
a la milizia che Pietro seguette,Paradiso
Canto X
che l’uno e l’altro etternalmente spira,
lo primo e ineffabile Valore
con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
sanza gustar di lui chi ciò rimira.
meco la vista, dritto a quella parte
dove l’un moto e l’altro si percuote;
di quel maestro che dentro a sé l’ama,
tanto che mai da lei l’occhio non parte.
l’oblico cerchio che i pianeti porta,
per sodisfare al mondo che li chiama.
molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
e quasi ogne potenza qua giù morta;
fosse ’l partire, assai sarebbe manco
e giù e sù de l’ordine mondano.
dietro pensando a ciò che si preliba,
s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
ché a sé torce tutta la mia cura
quella materia ond’ io son fatto scriba.
che del valor del ciel lo mondo imprenta
e col suo lume il tempo ne misura,
congiunto, si girava per le spire
in che più tosto ognora s’appresenta;
non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
anzi ’l primo pensier, del suo venire.
di bene in meglio, sì subitamente
che l’atto suo per tempo non si sporge.
quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
non per color, ma per lume parvente!
sì nol direi che mai s’imaginasse;
ma creder puossi e di veder si brami.
a tanta altezza, non è maraviglia;
ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
de l’alto Padre, che sempre la sazia,
mostrando come spira e come figlia.
ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
sensibil t’ha levato per sua grazia».
a divozione e a rendersi a Dio
con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
che lo splendor de li occhi suoi ridenti
mia mente unita in più cose divise.
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti:
vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
sì che ritenga il fil che fa la zona.
si trovan molte gioie care e belle
tanto che non si posson trar del regno;
chi non s’impenna sì che là sù voli,
dal muto aspetti quindi le novelle.
si fuor girati intorno a noi tre volte,
come stelle vicine a’ fermi poli,
ma che s’arrestin tacite, ascoltando
fin che le nove note hanno ricolte.
lo raggio de la grazia, onde s’accende
verace amore e che poi cresce amando,
che ti conduce su per quella scala
u’ sanza risalir nessun discende;
per la tua sete, in libertà non fora
se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
che Domenico mena per cammino
u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
frate e maestro fummi, ed esso Alberto
è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
di retro al mio parlar ten vien col viso
girando su per lo beato serto.
di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
aiutò sì che piace in paradiso.
quel Pietro fu che con la poverella
offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
spira di tale amor, che tutto ’l mondo
là giù ne gola di saper novella:
saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
a veder tanto non surse il secondo.
che giù in carne più a dentro vide
l’angelica natura e ’l ministero.
quello avvocato de’ tempi cristiani
del cui latino Augustin si provide.
di luce in luce dietro a le mie lode,
già de l’ottava con sete rimani.
l’anima santa che ’l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode.
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace.
d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
che a considerar fu più che viro.
è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
gravi a morir li parve venir tardo:
che, leggendo nel Vico de li Strami,
silogizzò invidïosi veri».
ne l’ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l’ami,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
muoversi e render voce a voce in tempra
e in dolcezza ch’esser non pò notaParadiso
Canto XI
quanto son difettivi silogismi
quei che ti fanno in basso batter l’ali!
sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
e chi regnar per forza o per sofismi,
chi nel diletto de la carne involto
s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
con Bëatrice m’era suso in cielo
cotanto glorïosamente accolto.
punto del cerchio in che avanti s’era,
fermossi, come a candellier candelo.
che pria m’avea parlato, sorridendo
incominciar, faccendosi più mera:
sì, riguardando ne la luce etterna,
li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
in sì aperta e ’n sì distesa lingua
lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
e qui è uopo che ben si distingua.
con quel consiglio nel quale ogne aspetto
creato è vinto pria che vada al fondo,
la sposa di colui ch’ad alte grida
disposò lei col sangue benedetto,
due principi ordinò in suo favore,
che quinci e quindi le fosser per guida.
l’altro per sapïenza in terra fue
di cherubica luce uno splendore.
si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
perch’ ad un fine fur l’opere sue.
del colle eletto dal beato Ubaldo,
fertile costa d’alto monte pende,
da Porta Sole; e di rietro le piange
per grave giogo Nocera con Gualdo.
più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
come fa questo talvolta di Gange.
non dica Ascesi, ché direbbe corto,
ma Orïente, se proprio dir vuole.
ch’el cominciò a far sentir la terra
de la sua gran virtute alcun conforto;
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun diserra;
et coram patre le si fece unito;
poscia di dì in dì l’amò più forte.
millecent’ anni e più dispetta e scura
fino a costui si stette sanza invito;
con Amiclate, al suon de la sua voce,
colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
sì che, dove Maria rimase giuso,
ella con Cristo pianse in su la croce.
Francesco e Povertà per questi amanti
prendi oramai nel mio parlar diffuso.
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi;
si scalzò prima, e dietro a tanta pace
corse e, correndo, li parve esser tardo.
Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
con la sua donna e con quella famiglia
che già legava l’umile capestro.
per esser fi’ di Pietro Bernardone,
né per parer dispetto a maraviglia;
ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
primo sigillo a sua religïone.
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
la santa voglia d’esto archimandrita.
ne la presenza del Soldan superba
predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
troppo la gente e per non stare indarno,
redissi al frutto de l’italica erba,
da Cristo prese l’ultimo sigillo,
che le sue membra due anni portarno.
piacque di trarlo suso a la mercede
ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
raccomandò la donna sua più cara,
e comandò che l’amassero a fede;
mover si volle, tornando al suo regno,
e al suo corpo non volle altra bara.
collega fu a mantener la barca
di Pietro in alto mar per dritto segno;
per che qual segue lui, com’ el comanda,
discerner puoi che buone merce carca.
è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
che per diversi salti non si spanda;
e vagabunde più da esso vanno,
più tornano a l’ovil di latte vòte.
e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
che le cappe fornisce poco panno.
se la tua audïenza è stata attenta,
se ciò ch’è detto a la mente revoche,
perché vedrai la pianta onde si scheggia,
e vedra’ il corrègger che argomentaParadiso
Canto XII
la benedetta fiamma per dir tolse,
a rotar cominciò la santa mola;
prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
e moto a moto e canto a canto colse;
nostre serene in quelle dolci tube,
quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
due archi paralelli e concolori,
quando Iunone a sua ancella iube,
a guisa del parlar di quella vaga
ch’amor consunse come sol vapori,
per lo patto che Dio con Noè puose,
del mondo che già mai più non s’allaga:
volgiensi circa noi le due ghirlande,
e sì l’estrema a l’intima rispuose.
sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
luce con luce gaudïose e blande,
pur come li occhi ch’al piacer che i move
conviene insieme chiudere e levarsi;
si mosse voce, che l’ago a la stella
parer mi fece in volgermi al suo dove;
mi tragge a ragionar de l’altro duca
per cui del mio sì ben ci si favella.
sì che, com’ elli ad una militaro,
così la gloria loro insieme luca.
costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
si movea tardo, sospeccioso e raro,
provide a la milizia, ch’era in forse,
per sola grazia, non per esser degna;
con due campioni, al cui fare, al cui dire
lo popol disvïato si raccorse.
Zefiro dolce le novelle fronde
di che si vede Europa rivestire,
dietro a le quali, per la lunga foga,
lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
sotto la protezion del grande scudo
in che soggiace il leone e soggioga:
de la fede cristiana, il santo atleta
benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
sì la sua mente di viva vertute
che, ne la madre, lei fece profeta.
al sacro fonte intra lui e la Fede,
u’ si dotar di mutüa salute,
vide nel sonno il mirabile frutto
ch’uscir dovea di lui e de le rede;
quinci si mosse spirito a nomarlo
del possessivo di cui era tutto.
sì come de l’agricola che Cristo
elesse a l’orto suo per aiutarlo.
che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
fu al primo consiglio che diè Cristo.
trovato in terra da la sua nutrice,
come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
oh madre sua veramente Giovanna,
se, interpretata, val come si dice!
di retro ad Ostïense e a Taddeo,
ma per amor de la verace manna
tal che si mise a circüir la vigna
che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
più a’ poveri giusti, non per lei,
ma per colui che siede, che traligna,
non la fortuna di prima vacante,
non decimas, quae sunt pauperum Dei,
licenza di combatter per lo seme
del qual ti fascian ventiquattro piante.
con l’officio appostolico si mosse
quasi torrente ch’alta vena preme;
l’impeto suo, più vivamente quivi
dove le resistenze eran più grosse.
onde l’orto catolico si riga,
sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
in che la Santa Chiesa si difese
e vinse in campo la sua civil briga,
l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
dinanzi al mio venir fu sì cortese.
di sua circunferenza, è derelitta,
sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
che quel dinanzi a quel di retro gitta;
de la mala coltura, quando il loglio
si lagnerà che l’arca li sia tolta.
nostro volume, ancor troveria carta
u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
là onde vegnon tali a la scrittura,
ch’uno la fugge e altro la coarta.
da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
sempre pospuosi la sinistra cura.
che fuor de’ primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
lo qual giù luce in dodici libelli;
Crisostomo e Anselmo e quel Donato
ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
il calavrese abate Giovacchino
di spirito profetico dotato.
mi mosse l’infiammata cortesia
di fra Tommaso e ’l discreto latino;Paradiso
Canto XIII
quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l’aere ogne compage;
basta del nostro cielo e notte e giorno,
sì ch’al volger del temo non vien meno;
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va dintorno,
qual fece la figliuola di Minoi
allora che sentì di morte il gelo;
e amendue girarsi per maniera
che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov’ io era:
quanto di là dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e l’umana.
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando sé di cura in cura.
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata fumi,
quando la sua semenza è già riposta,
a batter l’altra dolce amor m’invita.
si trasse per formar la bella guancia
il cui palato a tutto ’l mondo costa,
e prima e poscia tanto sodisfece,
che d’ogne colpa vince la bilancia,
aver di lume, tutto fosse infuso
da quel valor che l’uno e l’altro fece;
quando narrai che non ebbe ’l secondo
lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
nel vero farsi come centro in tondo.
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi una.
giù d’atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze;
le cose generate, che produce
con seme e sanza seme il ciel movendo.
non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
idëale poi più e men traluce.
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso ingegno.
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;
similemente operando a l’artista
ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s’acquista.
di tutta l’animal perfezïone;
così fu fatta la Vergine pregna;
che l’umana natura mai non fue
né fia qual fu in quelle due persone.
‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
comincerebber le parole tue.
pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
ben veder ch’el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficïente fosse;
li motor di qua sù, o se necesse
con contingente mai necesse fenno;
o se del mezzo cerchio far si puote
trïangol sì ch’un retto non avesse.
regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote;
vedrai aver solamente respetto
ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
e così puote star con quel che credi
del primo padre e del nostro Diletto.
per farti mover lento com’ uom lasso
e al sì e al no che tu non vedi:
che sanza distinzione afferma e nega
ne l’un così come ne l’altro passo;
l’oppinïon corrente in falsa parte,
e poi l’affetto l’intelletto lega.
perché non torna tal qual e’ si move,
chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapëan dove;
che furon come spade a le Scritture
in render torti li diritti volti.
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l’intrar de la foce.
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;Paradiso
Canto XIV
movesi l’acqua in un ritondo vaso,
secondo ch’è percosso fuori o dentro:
questo ch’io dico, sì come si tacque
la glorïosa vita di Tommaso,
del suo parlare e di quel di Beatrice,
a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
né con la voce né pensando ancora,
d’un altro vero andare a la radice.
vostra sustanza, rimarrà con voi
etternalmente sì com’ ell’ è ora;
che sarete visibili rifatti,
esser porà ch’al veder non vi nòi».
a la fïata quei che vanno a rota
levan la voce e rallegrano li atti,
li santi cerchi mostrar nova gioia
nel torneare e ne la mira nota.
per viver colà sù, non vide quive
lo refrigerio de l’etterna ploia.
e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive,
di quelli spirti con tal melodia,
ch’ad ogne merto saria giusto muno.
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l’angelo a Maria,
di paradiso, tanto il nostro amore
si raggerà dintorno cotal vesta.
l’ardor la visïone, e quella è tanta,
quant’ ha di grazia sovra suo valore.
fia rivestita, la nostra persona
più grata fia per esser tutta quanta;
di gratüito lume il sommo bene,
lume ch’a lui veder ne condiziona;
crescer l’ardor che di quella s’accende,
crescer lo raggio che da esso vene.
e per vivo candor quella soverchia,
sì che la sua parvenza si difende;
fia vinto in apparenza da la carne
che tutto dì la terra ricoperchia;
ché li organi del corpo saran forti
a tutto ciò che potrà dilettarne».
e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
che ben mostrar disio d’i corpi morti:
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme.
nascere un lustro sopra quel che v’era,
per guisa d’orizzonte che rischiari.
comincian per lo ciel nove parvenze,
sì che la vista pare e non par vera,
cominciare a vedere, e fare un giro
di fuor da l’altre due circunferenze.
come si fece sùbito e candente
a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
mi si mostrò, che tra quelle vedute
si vuol lasciar che non seguir la mente.
a rilevarsi; e vidimi translato
sol con mia donna in più alta salute.
per l’affocato riso de la stella,
che mi parea più roggio che l’usato.
ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la grazia novella.
l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
esso litare stato accetto e fausto;
m’apparvero splendor dentro a due raggi,
ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.
ché quella croce lampeggiava Cristo,
sì ch’io non so trovare essempro degno;
ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
si movien lumi, scintillando forte
nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
veloci e tarde, rinovando vista,
le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
talvolta l’ombra che, per sua difesa,
la gente con ingegno e arte acquista.
di molte corde, fa dolce tintinno
a tal da cui la nota non è intesa,
s’accogliea per la croce una melode
che mi rapiva, sanza intender l’inno.
però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
come a colui che non intende e ode.
che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
che mi legasse con sì dolci vinci.
posponendo il piacer de li occhi belli,
ne’ quai mirando mio disio ha posa;
d’ogne bellezza più fanno più suso,
e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
per escusarmi, e vedermi dir vero:
ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,Paradiso
Canto XV
sempre l’amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua,
e fece quïetar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira.
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si spoglia.
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,
se non che da la parte ond’ e’ s’accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s’accorse.
gratïa Deï, sicut tibi cui
bis unquam celi ianüa reclusa?».
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
ma per necessità, ché ’l suo concetto
al segno d’i mortal si soprapuose.
fu sì sfogato, che ’l parlar discese
inver’ lo segno del nostro intelletto,
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se’ tanto cortese!».
tratto leggendo del magno volume
du’ non si muta mai bianco né bruno,
in ch’io ti parlo, mercè di colei
ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
da quel ch’è primo, così come raia
da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
più gaudïoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia.
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi;
con perpetüa vista e che m’asseta
di dolce disïar, s’adempia meglio,
suoni la volontà, suoni ’l disio,
a che la mia risposta è già decreta!».
pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l’ali al voler mio.
come la prima equalità v’apparse,
d’un peso per ciascun di voi si fenno,
col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono scarse.
per la cagion ch’a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in ali;
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la paterna festa.
che questa gioia prezïosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome sazio».
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio, rispondendo, femmi.
tua cognazione e che cent’ anni e piùe
girato ha ’l monte in la prima cornice,
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l’opere tue.
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.
la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.
dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.
di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza ’l viso dipinto;
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.
e, consolando, usava l’idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;
favoleggiava con la sua famiglia
d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
e ne l’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo.
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt’ anime deturpa;Paradiso
Canto XVI
se glorïar di te la gente fai
qua giù dove l’affetto nostro langue,
ché là dove appetito non si torce,
dico nel cielo, io me ne gloriai.
sì che, se non s’appon di dì in die,
lo tempo va dintorno con le force.
in che la sua famiglia men persevra,
ricominciaron le parole mie;
ridendo, parve quella che tossio
al primo fallo scritto di Ginevra.
voi mi date a parlar tutta baldezza;
voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
la mente mia, che di sé fa letizia
perché può sostener che non si spezza.
quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
che si segnaro in vostra püerizia;
quanto era allora, e chi eran le genti
tra esso degne di più alti scanni».
carbone in fiamma, così vid’ io quella
luce risplendere a’ miei blandimenti;
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
s’allevïò di me ond’ era grave,
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.
chi ei si fosser e onde venner quivi,
più è tacer che ragionare onesto.
da poter arme tra Marte e ’l Batista,
eran il quinto di quei ch’or son vivi.
di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
pura vediesi ne l’ultimo artista.
quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
e a Trespiano aver vostro confine,
del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
non fosse stata a Cesare noverca,
ma come madre a suo figlio benigna,
che si sarebbe vòlto a Simifonti,
là dove andava l’avolo a la cerca;
sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone;
che cieco agnello; e molte volte taglia
più e meglio una che le cinque spade.
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto, e le vite son corte.
cuopre e discuopre i liti sanza posa,
così fa di Fiorenza la Fortuna:
ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
onde è la fama nel tempo nascosa.
Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
già nel calare, illustri cittadini;
con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
di nova fellonia di tanto peso
che tosto fia iattura de la barca,
il conte Guido e qualunque del nome
de l’alto Bellincione ha poscia preso.
regger si vuole, e avea Galigaio
dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
era già grande, e già eran tratti
a le curule Sizii e Arrigucci.
per lor superbia! e le palle de l’oro
fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
che, sempre che la vostra chiesa vaca,
si fanno grassi stando a consistoro.
dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
o ver la borsa, com’ agnel si placa,
sì che non piacque ad Ubertin Donato
che poï il suocero il fé lor parente.
disceso giù da Fiesole, e già era
buon cittadino Giuda e Infangato.
nel picciol cerchio s’entrava per porta
che si nomava da quei de la Pera.
del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.
e ancor saria Borgo più quïeto,
se di novi vicin fosser digiuni.
per lo giusto disdegno che v’ha morti
e puose fine al vostro viver lieto,
o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
le nozze süe per li altrui conforti!
se Dio t’avesse conceduto ad Ema
la prima volta ch’a città venisti.
che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
vittima ne la sua pace postrema.
vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
che non avea cagione onde piangesse.
e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
non era ad asta mai posto a ritroso,Paradiso
Canto XVII
di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
e da Beatrice e da la santa lampa
che pria per me avea mutato sito.
del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
segnata bene de la interna stampa:
per tuo parlare, ma perché t’ausi
a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
che, come veggion le terrene menti
non capere in trïangol due ottusi,
anzi che sieno in sé, mirando il punto
a cui tutti li tempi son presenti;
su per lo monte che l’anime cura
e discendendo nel mondo defunto,
parole gravi, avvegna ch’io mi senta
ben tetragono ai colpi di ventura;
d’intender qual fortuna mi s’appressa:
ché saetta previsa vien più lenta».
che pria m’avea parlato; e come volle
Beatrice, fu la mia voglia confessa.
già s’inviscava pria che fosse anciso
l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
latin rispuose quello amor paterno,
chiuso e parvente del suo proprio riso:
de la vostra matera non si stende,
tutta è dipinta nel cospetto etterno;
se non come dal viso in che si specchia
nave che per torrente giù discende.
dolce armonia da organo, mi viene
a vista il tempo che ti s’apparecchia.
per la spietata e perfida noverca,
tal di Fiorenza partir ti convene.
e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
là dove Cristo tutto dì si merca.
in grido, come suol; ma la vendetta
fia testimonio al ver che la dispensa.
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la qual tu cadrai in questa valle;
si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ’n su la scala porta il santo uccello;
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.
nascendo, sì da questa stella forte,
che notabili fier l’opere sue.
per la novella età, ché pur nove anni
son queste rote intorno di lui torte;
parran faville de la sua virtute
in non curar d’argento né d’affanni.
saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
non ne potran tener le lingue mute.
per lui fia trasmutata molta gente,
cambiando condizion ricchi e mendici;
di lui, e nol dirai»; e disse cose
incredibili a quei che fier presente.
di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
che dietro a pochi giri son nascose.
poscia che s’infutura la tua vita
vie più là che ’l punir di lor perfidie».
l’anima santa di metter la trama
in quella tela ch’io le porsi ordita,
dubitando, consiglio da persona
che vede e vuol dirittamente e ama:
lo tempo verso me, per colpo darmi
tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
sì che, se loco m’è tolto più caro,
io non perdessi li altri per miei carmi.
e per lo monte del cui bel cacume
li occhi de la mia donna mi levaro,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico».
ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
quale a raggio di sole specchio d’oro;
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.
nel monte e ne la valle dolorosa
pur l’anime che son di fama note,
né ferma fede per essempro ch’aia
la sua radice incognita e ascosa,Paradiso
Canto XVIII
quello specchio beato, e io gustava
lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
presso a colui ch’ogne torto disgrava».
del mio conforto; e qual io allor vidi
ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
ma per la mente che non può redire
sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
che, rimirando lei, lo mio affetto
libero fu da ogne altro disire,
raggiava in Bëatrice, dal bel viso
mi contentava col secondo aspetto.
ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
che da lui sia tutta l’anima tolta,
a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
in lui di ragionarmi ancora alquanto.
de l’albero che vive de la cima
e frutta sempre e mai non perde foglia,
che venissero al ciel, fuor di gran voce,
sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
che fa in nube il suo foco veloce».
dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
vidi moversi un altro roteando,
e letizia era ferza del paleo.
due ne seguì lo mio attento sguardo,
com’ occhio segue suo falcon volando.
e ’l duca Gottifredi la mia vista
per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
mostrommi l’alma che m’avea parlato
qual era tra i cantor del cielo artista.
per vedere in Beatrice il mio dovere,
o per parlare o per atto, segnato;
tanto gioconde, che la sua sembianza
vinceva li altri e l’ultimo solere.
bene operando, l’uom di giorno in giorno
s’accorge che la sua virtute avanza,
col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
veggendo quel miracol più addorno.
di tempo in bianca donna, quando ’l volto
suo si discarchi di vergogna il carco,
per lo candor de la temprata stella
sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
lo sfavillar de l’amor che lì era
segnare a li occhi miei nostra favella.
quasi congratulando a lor pasture,
fanno di sé or tonda or altra schiera,
volitando cantavano, e faciensi
or D, or I, or L in sue figure.
poi, diventando l’un di questi segni,
un poco s’arrestavano e taciensi.
fai glorïosi e rendili longevi,
ed essi teco le cittadi e ’ regni,
le lor figure com’ io l’ho concette:
paia tua possa in questi versi brevi!
vocali e consonanti; e io notai
le parti sì, come mi parver dette.
fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
rimasero ordinate; sì che Giove
pareva argento lì d’oro distinto.
era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
surgono innumerabili faville,
onde li stolti sogliono agurarsi,
luci e salir, qual assai e qual poco,
sì come ’l sol che l’accende sortille;
la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
rappresentare a quel distinto foco.
ma esso guida, e da lui si rammenta
quella virtù ch’è forma per li nidi.
pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
con poco moto seguitò la ’mprenta.
mi dimostraro che nostra giustizia
effetto sia del ciel che tu ingemme!
tuo moto e tua virtute, che rimiri
ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
del comperare e vender dentro al templo
che si murò di segni e di martìri.
adora per color che sono in terra
tutti svïati dietro al malo essemplo!
ma or si fa togliendo or qui or quivi
lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
pensa che Pietro e Paulo, che moriro
per la vigna che guasti, ancor son vivi.
sì a colui che volle viver solo
e che per salti fu tratto al martiro,Paradiso
Canto XIX
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l’anime conserte;
raggio di sole ardesse sì acceso,
che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
non portò voce mai, né scrisse incostro,
né fu per fantasia già mai compreso;
e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a disio;
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia».
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.
de l’etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,
che lungamente m’ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.
la divina giustizia fa suo specchio,
che ’l vostro non l’apprende con velame.
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
move la testa e con l’ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù gaude.
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,
in tutto l’universo, che ’l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.
che fu la somma d’ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.
esser alcun de’ raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l’è parvente.
la vista che riceve il vostro mondo,
com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l’esser profondo.
che non si turba mai; anzi è tenèbra
od ombra de la carne o suo veleno.
che t’ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;
de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.
ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d’una spanna?
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.
La prima volontà, ch’è da sé buona,
da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona».
poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch’è pasto la rimira;
la benedetta imagine, che l’ali
movea sospinte da tanti consigli.
son le mie note a te, che non le ’ntendi,
tal è il giudicio etterno a voi mortali».
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi,
non salì mai chi non credette ’n Cristo,
né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;
quando si partiranno i due collegi,
l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
quella che tosto moverà la penna,
per che ’l regno di Praga fia diserto.
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.
che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né volle.
segnata con un i la sua bontate,
quando ’l contrario segnerà un emme.
di quei che guarda l’isola del foco,
ove Anchise finì la lunga etate;
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.
più malmenare! e beata Navarra,
se s’armasse del monte che la fascia!
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,Paradiso
Canto XX
de l’emisperio nostro sì discende,
che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
subitamente si rifà parvente
per molte luci, in che una risplende;
come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
nel benedetto rostro fu tacente;
vie più lucendo, cominciaron canti
da mia memoria labili e caduci.
quanto parevi ardente in que’ flailli,
ch’avieno spirto sol di pensier santi!
ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
puoser silenzio a li angelici squilli,
che scende chiaro giù di pietra in pietra,
mostrando l’ubertà del suo cacume.
prende sua forma, e sì com’ al pertugio
de la sampogna vento che penètra,
quel mormorar de l’aguglia salissi
su per lo collo, come fosse bugio.
per lo suo becco in forma di parole,
quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
ne l’aguglie mortali», incominciommi,
«or fisamente riguardar si vole,
quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
e’ di tutti lor gradi son li sommi.
fu il cantor de lo Spirito Santo,
che l’arca traslatò di villa in villa:
in quanto effetto fu del suo consiglio,
per lo remunerar ch’è altrettanto.
colui che più al becco mi s’accosta,
la vedovella consolò del figlio:
non seguir Cristo, per l’esperïenza
di questa dolce vita e de l’opposta.
di che ragiono, per l’arco superno,
morte indugiò per vera penitenza:
non si trasmuta, quando degno preco
fa crastino là giù de l’odïerno.
sotto buona intenzion che fé mal frutto,
per cedere al pastor si fece greco:
dal suo bene operar non li è nocivo,
avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
Guiglielmo fu, cui quella terra plora
che piagne Carlo e Federigo vivo:
lo ciel del giusto rege, e al sembiante
del suo fulgore il fa vedere ancora.
che Rifëo Troiano in questo tondo
fosse la quinta de le luci sante?
veder non può de la divina grazia,
ben che sua vista non discerna il fondo».
prima cantando, e poi tace contenta
de l’ultima dolcezza che la sazia,
de l’etterno piacere, al cui disio
ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
tempo aspettar tacendo non patio,
mi pinse con la forza del suo peso:
per ch’io di coruscar vidi gran feste.
lo benedetto segno mi rispuose
per non tenermi in ammirar sospeso:
perch’ io le dico, ma non vedi come;
sì che, se son credute, sono ascose.
apprende ben, ma la sua quiditate
veder non può se altri non la prome.
da caldo amore e da viva speranza,
che vince la divina volontate:
ma vince lei perché vuole esser vinta,
e, vinta, vince con sua beninanza.
ti fa maravigliar, perché ne vedi
la regïon de li angeli dipinta.
Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
e ciò di viva spene fu mercede:
ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
sì che potesse sua voglia esser mossa.
tornata ne la carne, in che fu poco,
credette in lui che potëa aiutarla;
di vero amor, ch’a la morte seconda
fu degna di venire a questo gioco.
fontana stilla, che mai creatura
non pinse l’occhio infino a la prima onda,
per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
l’occhio a la nostra redenzion futura;
da indi il puzzo più del paganesmo;
e riprendiene le genti perverse.
che tu vedesti da la destra rota,
dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
è la radice tua da quelli aspetti
che la prima cagion non veggion tota!
a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
non conosciamo ancor tutti li eletti;
perché il ben nostro in questo ben s’affina,
che quel che vole Iddio, e noi volemo».
per farmi chiara la mia corta vista,
data mi fu soave medicina.
fa seguitar lo guizzo de la corda,
in che più di piacer lo canto acquista,
ch’io vidi le due luci benedette,
pur come batter d’occhi si concorda,Paradiso
Canto XXI
de la mia donna, e l’animo con essi,
e da ogne altro intento s’era tolto.
mi cominciò, «tu ti faresti quale
fu Semelè quando di cener fessi:
de l’etterno palazzo più s’accende,
com’ hai veduto, quanto più si sale,
che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
sarebbe fronda che trono scoscende.
che sotto ’l petto del Leone ardente
raggia mo misto giù del suo valore.
e fa di quelli specchi a la figura
che ’n questo specchio ti sarà parvente».
del viso mio ne l’aspetto beato
quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
ubidire a la mia celeste scorta,
contrapesando l’un con l’altro lato.
cerchiando il mondo, del suo caro duce
sotto cui giacque ogne malizia morta,
vid’ io uno scaleo eretto in suso
tanto, che nol seguiva la mia luce.
tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
le pole insieme, al cominciar del giorno,
si movono a scaldar le fredde piume;
altre rivolgon sé onde son mosse,
e altre roteando fan soggiorno;
in quello sfavillar che ’nsieme venne,
sì come in certo grado si percosse.
si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
nel veder di colui che tutto vede,
mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
non mi fa degno de la tua risposta;
ma per colei che ’l chieder mi concede,
dentro a la tua letizia, fammi nota
la cagion che sì presso mi t’ha posta;
la dolce sinfonia di paradiso,
che giù per l’altre suona sì divota».
rispuose a me; «onde qui non si canta
per quel che Bëatrice non ha riso.
discesi tanto sol per farti festa
col dire e con la luce che mi ammanta;
ché più e tanto amor quinci sù ferve,
sì come il fiammeggiar ti manifesta.
pronte al consiglio che ’l mondo governa,
sorteggia qui sì come tu osserve».
come libero amore in questa corte
basta a seguir la provedenza etterna;
perché predestinata fosti sola
a questo officio tra le tue consorte».
che del suo mezzo fece il lume centro,
girando sé come veloce mola;
«Luce divina sopra me s’appunta,
penetrando per questa in ch’io m’inventro,
mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
la somma essenza de la quale è munta.
per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
la chiarità de la fiamma pareggio.
quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
a la dimanda tua non satisfara,
de l’etterno statuto quel che chiedi,
che da ogne creata vista è scisso.
questo rapporta, sì che non presumma
a tanto segno più mover li piedi.
onde riguarda come può là giùe
quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
a dimandarla umilmente chi fue.
e non molto distanti a la tua patria,
tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria».
e poi, continüando, disse: «Quivi
al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.
e Pietro Peccator fu’ ne la casa
di Nostra Donna in sul lito adriano.
quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
che pur di male in peggio si travasa.
de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
prendendo il cibo da qualunque ostello.
li moderni pastori e chi li meni,
tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
sì che due bestie van sott’ una pelle:
oh pazïenza che tanto sostieni!».
di grado in grado scendere e girarsi,
e ogne giro le facea più belle.
e fero un grido di sì alto suono,
che non potrebbe qui assomigliarsi;Paradiso
Canto XXII
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.
né tardo, ma’ ch’al parer di colui
che disïando o temendo l’aspetta.
ch’assai illustri spiriti vedrai,
se com’ io dico l’aspetto redui».
e vidi cento sperule che ’nsieme
più s’abbellivan con mutüi rai.
la punta del disio, e non s’attenta
di domandar, sì del troppo si teme;
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.
com’ io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.
a l’alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;
lo nome di colui che ’n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;
ch’io ritrassi le ville circunstanti
da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo».
meco parlando, e la buona sembianza
ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
come ’l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
s’io posso prender tanta grazia, ch’io
ti veggia con imagine scoverta».
s’adempierà in su l’ultima spera,
ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr’ era,
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s’invola.
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d’angeli sì carca.
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.
contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de’ monaci sì folle;
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d’altro più brutto.
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;
poscia riguardi là dov’ è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.
più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui ’l soccorso».
al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;
naturalmente, fu sì ratto moto
ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.
l’anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;
s’appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo».
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
volgendom’ io con li etterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli a le foci;Paradiso
Canto XXIII
posato al nido de’ suoi dolci nati
la notte che le cose ci nasconde,
e per trovar lo cibo onde li pasca,
in che gravi labor li sono aggrati,
e con ardente affetto il sole aspetta,
fiso guardando pur che l’alba nasca;
e attenta, rivolta inver’ la plaga
sotto la quale il sol mostra men fretta:
fecimi qual è quei che disïando
altro vorria, e sperando s’appaga.
del mio attender, dico, e del vedere
lo ciel venir più e più rischiarando;
del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
ricolto del girar di queste spere!».
e li occhi avea di letizia sì pieni,
che passarmen convien sanza costrutto.
Trivïa ride tra le ninfe etterne
che dipingon lo ciel per tutti i seni,
un sol che tutte quante l’accendea,
come fa ’l nostro le viste superne;
la lucente sustanza tanto chiara
nel viso mio, che non la sostenea.
Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
è virtù da cui nulla si ripara.
ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
onde fu già sì lunga disïanza».
per dilatarsi sì che non vi cape,
e fuor di sua natura in giù s’atterra,
fatta più grande, di sé stessa uscìo,
e che si fesse rimembrar non sape.
tu hai vedute cose, che possente
se’ fatto a sostener lo riso mio».
di visïone oblita e che s’ingegna
indarno di ridurlasi a la mente,
di tanto grato, che mai non si stingue
del libro che ’l preterito rassegna.
che Polimnïa con le suore fero
del latte lor dolcissimo più pingue,
non si verria, cantando il santo riso
e quanto il santo aspetto facea mero;
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
quel che fendendo va l’ardita prora,
né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
che tu non ti rivolgi al bel giardino
che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino».
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de’ debili cigli.
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgóri.
sù t’essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t’eran possenti.
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco;
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
qua giù e più a sé l’anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera suprema perché lì entre».
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.
del mondo, che più ferve e più s’avviva
ne l’alito di Dio e nei costumi,
tanto distante, che la sua parvenza,
là dov’ io era, ancor non appariva:
di seguitar la coronata fiamma
che si levò appresso sua semenza.
tende le braccia, poi che ’l latte prese,
per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
con la sua cima, sì che l’alto affetto
ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
‘Regina celi’ cantando sì dolce,
che mai da me non si partì ’l diletto.
in quelle arche ricchissime che fuoro
a seminar qua giù buone bobolce!
che s’acquistò piangendo ne lo essilio
di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
di Dio e di Maria, di sua vittoria,
e con l’antico e col novo concilio,Paradiso
Canto XXIV
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena,
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.
si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
quïeto pare, e l’ultimo che voli;
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.
vid’ ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza;
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.
ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
non che ’l parlare, è troppo color vivo.
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe».
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com’ i’ ho detto.
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
dov’ ogne cosa dipinta si vede;
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
fin che ’l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,
mentre ch’ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.
fede che è?». Ond’ io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;
sembianze femmi perch’ ïo spandessi
l’acqua di fuor del mio interno fonte.
comincia’ io, «da l’alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi».
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate».
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,
sopra la qual si fonda l’alta spene;
e però di sustanza prende intenza.
silogizzar, sanz’ avere altra vista:
però intenza d’argomento tene».
giù per dottrina, fosse così ’nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista».
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d’esta moneta già la lega e ’l peso;
Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,
de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
acutamente sì, che ’nverso d’ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa».
proposizion che così ti conchiude,
perché l’hai tu per divina favella?».
son l’opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude».
che quell’ opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
è tal, che li altri non sono il centesmo:
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno».
risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
ne la melode che là sù si canta.
essaminando, già tratto m’avea,
che a l’ultime fronde appressavamo,
con la tua mente, la bocca t’aperse
infino a qui come aprir si dovea,
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s’offerse».
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.
solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
non moto, con amore e con disio;
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove
per l’Evangelio e per voi che scriveste
poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l’evangelica dottrina.
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla».
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch’el si tace;
tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
l’appostolico lume al cui comandoParadiso
Canto XXV
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro,
del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò ’l cappello;
l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
Pietro per lei sì mi girò la fronte.
di quella spera ond’ uscì la primizia
che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
per cui là giù si vicita Galizia».
presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
girando e mormorando, l’affezione;
principe glorïoso essere accolto,
laudando il cibo che là sù li prande.
tacito coram me ciascun s’affisse,
ignito sì che vincëa ’l mio volto.
«Inclita vita per cui la larghezza
de la nostra basilica si scrisse,
tu sai, che tante fiate la figuri,
quante Iesù ai tre fé più carezza».
che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
convien ch’ai nostri raggi si maturi».
mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
lo nostro Imperadore, anzi la morte,
ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
la spene, che là giù bene innamora,
in te e in altrui di ciò conforte,
la mente tua, e dì onde a te venne».
Così seguì ’l secondo lume ancora.
de le mie ali a così alto volo,
a la risposta così mi prevenne:
non ha con più speranza, com’ è scritto
nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
vegna in Ierusalemme per vedere,
anzi che ’l militar li sia prescritto.
son dimandati, ma perch’ ei rapporti
quanto questa virtù t’è in piacere,
né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
e la grazia di Dio ciò li comporti».
pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
perché la sua bontà si disasconda,
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
ma quei la distillò nel mio cor pria
che fu sommo cantor del sommo duce.
dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
e in altrui vostra pioggia repluo».
di quello incendio tremolava un lampo
sùbito e spesso a guisa di baleno.
ancor ver’ la virtù che mi seguette
infin la palma e a l’uscir del campo,
di lei; ed emmi a grato che tu diche
quello che la speranza ti ’mpromette».
pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
ne la sua terra fia di doppia vesta:
e la sua terra è questa dolce vita;
là dove tratta de le bianche stole,
questa revelazion ci manifesta».
‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
a che rispuoser tutte le carole.
sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
vergine lieta, sol per fare onore
a la novizia, non per alcun fallo,
venire a’ due che si volgieno a nota
qual conveniesi al loro ardente amore.
e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
pur come sposa tacita e immota.
del nostro pellicano, e questi fue
di su la croce al grande officio eletto».
mosser la vista sua di stare attenta
poscia che prima le parole sue.
di vedere eclissar lo sole un poco,
che, per veder, non vedente diventa;
mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
per veder cosa che qui non ha loco?
tanto con li altri, che ’l numero nostro
con l’etterno proposito s’agguagli.
son le due luci sole che saliro;
e questo apporterai nel mondo vostro».
si quïetò con esso il dolce mischio
che si facea nel suon del trino spiro,
li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
tutti si posano al sonar d’un fischio.
quando mi volsi per veder Beatrice,
per non poter veder, benché io fossiParadiso
Canto XXVI
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,
de la vista che haï in me consunta,
ben è che ragionando la compense.
l’anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:
regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte».
tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si ’mprenti:
così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.
che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch’un lume di suo raggio,
la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
che dice a Moïsè, di sé parlando:
‘Io ti farò vedere ogne valore’.
l’alto preconio che grida l’arcano
di qui là giù sovra ogne altro bando».
e per autoritadi a lui concorde
d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde».
de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
dove volea menar mia professione.
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:
la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
e quel che spera ogne fedel com’ io,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.
de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto».
risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,
sì nescïa è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;
fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
che rifulgea da più di mille milia:
e quasi stupefatto domandai
d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
vagheggia il suo fattor l’anima prima
che la prima virtù creasse mai».
nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,
stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico».
sì che l’affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
mi facea trasparer per la coverta
quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t’è più certa;
che fa di sé pareglio a l’altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.
ne l’eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,
e la propria cagion del gran disdegno,
e l’idïoma ch’usai e che fei.
fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.
quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;
de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
innanzi che a l’ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v’abbella.
I s’appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
ché l’uso d’i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
fu’ io, con vita pura e disonesta,
da la prim’ ora a quella che seconda,Paradiso
Canto XXVII
cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
sì che m’inebrïava il dolce canto.
de l’universo; per che mia ebbrezza
intrava per l’udire e per lo viso.
oh vita intègra d’amore e di pace!
oh sanza brama sicura ricchezza!
stavano accese, e quella che pria venne
incominciò a farsi più vivace,
qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
fossero augelli e cambiassersi penne.
vice e officio, nel beato coro
silenzio posto avea da ogne parte,
non ti maravigliar, ché, dicend’ io,
vedrai trascolorar tutti costoro.
il luogo mio, il luogo mio, che vaca
ne la presenza del Figliuol di Dio,
del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
che cadde di qua sù, là giù si placa».
nube dipigne da sera e da mane,
vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
pur ascoltando, timida si fane,
e tale eclissi credo che ’n ciel fue
quando patì la supprema possanza.
con voce tanto da sé trasmutata,
che la sembianza non si mutò piùe:
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d’oro usata;
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.
d’i nostri successor parte sedesse,
parte da l’altra del popol cristiano;
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;
a privilegi venduti e mendaci,
ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?
s’apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch’io non ascondo».
in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
de la capra del ciel col sol si tocca,
farsi e fioccar di vapor trïunfanti
che fatto avien con noi quivi soggiorno.
e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
li tolse il trapassar del più avanti.
de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
il viso e guarda come tu se’ vòlto».
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
con la mia donna sempre, di ridure
ad essa li occhi più che mai ardea;
da pigliare occhi, per aver la mente,
in carne umana o ne le sue pitture,
ver’ lo piacer divin che mi refulse,
quando mi volsi al suo viso ridente.
del bel nido di Leda mi divelse,
e nel ciel velocissimo m’impulse.
sì uniforme son, ch’i’ non so dire
qual Bëatrice per loco mi scelse.
incominciò, ridendo tanto lieta,
che Dio parea nel suo volto gioire:
il mezzo e tutto l’altro intorno move,
quinci comincia come da sua meta;
che la mente divina, in che s’accende
l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
sì come questo li altri; e quel precinto
colui che ’l cinge solamente intende.
ma li altri son mensurati da questo,
sì come diece da mezzo e da quinto;
le sue radici e ne li altri le fronde,
omai a te può esser manifesto.
sì sotto te, che nessuno ha podere
di trarre li occhi fuor de le tue onde!
ma la pioggia continüa converte
in bozzacchioni le sosine vere.
solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
pria fugge che le guance sian coperte.
che poi divora, con la lingua sciolta,
qualunque cibo per qualunque luna;
la madre sua, che, con loquela intera,
disïa poi di vederla sepolta.
nel primo aspetto de la bella figlia
di quel ch’apporta mane e lascia sera.
pensa che ’n terra non è chi governi;
onde sì svïa l’umana famiglia.
per la centesma ch’è là giù negletta,
raggeran sì questi cerchi superni,
le poppe volgerà u’ son le prore,
sì che la classe correrà diretta;Paradiso
Canto XXVIII
d’i miseri mortali aperse ’l vero
quella che ’mparadisa la mia mente,
vede colui che se n’alluma retro,
prima che l’abbia in vista o in pensiero,
li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
con esso come nota con suo metro;
ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
onde a pigliarmi fece Amor la corda.
li miei da ciò che pare in quel volume,
quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
chiuder conviensi per lo forte acume;
parrebbe luna, locata con esso
come stella con stella si collòca.
alo cigner la luce che ’l dipigne
quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
si girava sì ratto, ch’avria vinto
quel moto che più tosto il mondo cigne;
e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
già di larghezza, che ’l messo di Iuno
intero a contenerlo sarebbe arto.
più tardo si movea, secondo ch’era
in numero distante più da l’uno;
cui men distava la favilla pura,
credo, però che più di lei s’invera.
forte sospeso, disse: «Da quel punto
depende il cielo e tutta la natura.
e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
per l’affocato amore ond’ elli è punto».
con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
veder le volte tanto più divine,
quant’ elle son dal centro più remote.
in questo miro e angelico templo
che solo amore e luce ha per confine,
e l’essemplare non vanno d’un modo,
ché io per me indarno a ciò contemplo».
sufficïenti, non è maraviglia:
tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
e intorno da esso t’assottiglia.
secondo il più e ’l men de la virtute
che si distende per tutte lor parti.
maggior salute maggior corpo cape,
s’elli ha le parti igualmente compiute.
l’altro universo seco, corrisponde
al cerchio che più ama e che più sape:
la tua misura, non a la parvenza
de le sustanze che t’appaion tonde,
di maggio a più e di minore a meno,
in ciascun cielo, a süa intelligenza».
l’emisperio de l’aere, quando soffia
Borea da quella guancia ond’ è più leno,
che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
con le bellezze d’ogne sua paroffia;
la donna mia del suo risponder chiaro,
e come stella in cielo il ver si vide.
non altrimenti ferro disfavilla
che bolle, come i cerchi sfavillaro.
ed eran tante, che ’l numero loro
più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
al punto fisso che li tiene a li ubi,
e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
per somigliarsi al punto quanto ponno;
e posson quanto a veder son soblimi.
si chiaman Troni del divino aspetto,
per che ’l primo ternaro terminonno;
quanto la sua veduta si profonda
nel vero in che si queta ogne intelletto.
l’esser beato ne l’atto che vede,
non in quel ch’ama, che poscia seconda;
che grazia partorisce e buona voglia:
così di grado in grado si procede.
in questa primavera sempiterna
che notturno Arïete non dispoglia,
con tre melode, che suonano in tree
ordini di letizia onde s’interna.
prima Dominazioni, e poi Virtudi;
l’ordine terzo di Podestadi èe.
Principati e Arcangeli si girano;
l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
e di giù vincon sì, che verso Dio
tutti tirati sono e tutti tirano.
a contemplar questi ordini si mise,
che li nomò e distinse com’ io.
onde, sì tosto come li occhi aperse
in questo ciel, di sé medesmo rise.
mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
ché chi ’l vide qua sù gliel discoperseParadiso
Canto XXIX
coperti del Montone e de la Libra,
fanno de l’orizzonte insieme zona,
infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
cambiando l’emisperio, si dilibra,
si tacque Bëatrice, riguardando
fiso nel punto che m’avëa vinto.
quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
ch’esser non può, ma perché suo splendore
potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
ché né prima né poscia procedette
lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
usciro ad esser che non avia fallo,
come d’arco tricordo tre saette.
raggio resplende sì, che dal venire
a l’esser tutto non è intervallo,
ne l’esser suo raggiò insieme tutto
sanza distinzïone in essordire.
a le sustanze; e quelle furon cima
nel mondo in che puro atto fu produtto;
nel mezzo strinse potenza con atto
tal vime, che già mai non si divima.
di secoli de li angeli creati
anzi che l’altro mondo fosse fatto;
da li scrittor de lo Spirito Santo,
e tu te n’avvedrai se bene agguati;
che non concederebbe che ’ motori
sanza sua perfezion fosser cotanto.
furon creati e come: sì che spenti
nel tuo disïo già son tre ardori.
sì tosto, come de li angeli parte
turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
che tu discerni, con tanto diletto,
che mai da circüir non si diparte.
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto.
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti:
con grazia illuminante e con lor merto,
si c’hanno ferma e piena volontate;
che ricever la grazia è meritorio
secondo che l’affetto l’è aperto.
puoi contemplare assai, se le parole
mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
si legge che l’angelica natura
è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
la verità che là giù si confonde,
equivocando in sì fatta lettura.
de la faccia di Dio, non volser viso
da essa, da cui nulla si nasconde:
da novo obietto, e però non bisogna
rememorar per concetto diviso;
credendo e non credendo dicer vero;
ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
filosofando: tanto vi trasporta
l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
con men disdegno che quando è posposta
la divina Scrittura o quando è torta.
seminarla nel mondo e quanto piace
chi umilmente con essa s’accosta.
sue invenzioni; e quelle son trascorse
da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.
ne la passion di Cristo e s’interpuose,
per che ’l lume del sol giù non si porse;
da sé: però a li Spani e a l’Indi
come a’ Giudei tale eclissi rispuose.
quante sì fatte favole per anno
in pergamo si gridan quinci e quindi:
tornan del pasco pasciute di vento,
e non le scusa non veder lo danno.
‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
ma diede lor verace fondamento;
sì ch’a pugnar per accender la fede
de l’Evangelio fero scudo e lance.
a predicare, e pur che ben si rida,
gonfia il cappuccio e più non si richiede.
che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
la perdonanza di ch’el si confida:
che, sanza prova d’alcun testimonio,
ad ogne promession si correrebbe.
e altri assai che sono ancor più porci,
pagando di moneta sanza conio.
li occhi oramai verso la dritta strada,
sì che la via col tempo si raccorci.
in numero, che mai non fu loquela
né concetto mortal che tanto vada;
per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
determinato numero si cela.
per tanti modi in essa si recepe,
quanti son li splendori a chi s’appaia.
segue l’affetto, d’amar la dolcezza
diversamente in essa ferve e tepe.
de l’etterno valor, poscia che tanti
speculi fatti s’ha in che si spezza,Paradiso
Canto XXX
ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
china già l’ombra quasi al letto piano,
comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;
del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.
in questa vita, infino a questa vista,
non m’è il seguire al mio cantar preciso;
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l’ultimo suo ciascuno artista.
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando,
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.
di paradiso, e l’una in quelli aspetti
che tu vedrai a l’ultima giustizia».
li spiriti visivi, sì che priva
da l’atto l’occhio di più forti obietti,
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m’appariva.
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».
queste parole brievi, ch’io compresi
me sormontar di sopr’ a mia virtute;
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.
e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
d’aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.
ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l’usanza sua,
ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
che si deriva perché vi s’immegli;
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,
li fiori e le faville, sì ch’io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l’estreme foglie!
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è ’l convento de le bianche stole!
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.
per la corona che già v’è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,
de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
verrà in prima ch’ella sia disposta.
simili fatti v’ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.
nel santo officio; ch’el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,Paradiso
Canto XXXI
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;
la gloria di colui che la ’nnamora
e la bontà che la fece cotanta,
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s’insapora,
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.
porgevan de la pace e de l’ardore
ch’elli acquistavan ventilando il fianco.
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:
per l’universo secondo ch’è degno,
sì che nulla le puote essere ostante.
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;
a l’etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,
Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com’ ello stea,
menava ïo li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo recirculando.
d’altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.
Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro».
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s’abbandona,
ma nulla mi facea, ché süa effige
non discendëa a me per mezzo mista.
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.
per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
che di ciò fare avei la potestate.
sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l’etterna fontana.
perfettamente», disse, «il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,
ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.
tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?’;
carità di colui che ’n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.
cominciò elli, «non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».
la parte orïental de l’orizzonte
soverchia quella dove ’l sol declina,
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l’altra fronte.
che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,
nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
per igual modo allentava la fiamma;
vid’ io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d’arte.
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,Paradiso
Canto XXXII
libero officio di dottore assunse,
e cominciò queste parole sante:
quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
è colei che l’aperse e che la punse.
siede Rachel di sotto da costei
con Bëatrice, sì come tu vedi.
che fu bisava al cantor che per doglia
del fallo disse ‘Miserere mei’,
giù digradar, com’ io ch’a proprio nome
vo per la rosa giù di foglia in foglia.
infino ad esso, succedono Ebree,
dirimendo del fior tutte le chiome;
la fede in Cristo, queste sono il muro
a che si parton le sacre scalee.
di tutte le sue foglie, sono assisi
quei che credettero in Cristo venturo;
di vòti i semicirculi, si stanno
quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.
de la donna del cielo e li altri scanni
di sotto lui cotanta cerna fanno,
che sempre santo ’l diserto e ’l martiro
sofferse, e poi l’inferno da due anni;
Francesco, Benedetto e Augustino
e altri fin qua giù di giro in giro.
ché l’uno e l’altro aspetto de la fede
igualmente empierà questo giardino.
a mezzo il tratto le due discrezioni,
per nullo proprio merito si siede,
ché tutti questi son spiriti ascolti
prima ch’avesser vere elezïoni.
e anche per le voci püerili,
se tu li guardi bene e se li ascolti.
ma io discioglierò ’l forte legame
in che ti stringon li pensier sottili.
casüal punto non puote aver sito,
se non come tristizia o sete o fame:
quantunque vedi, sì che giustamente
ci si risponde da l’anello al dito;
a vera vita non è sine causa
intra sé qui più e meno eccellente.
in tanto amore e in tanto diletto,
che nulla volontà è di più ausa,
creando, a suo piacer di grazia dota
diversamente; e qui basti l’effetto.
ne la Scrittura santa in quei gemelli
che ne la madre ebber l’ira commota.
di cotal grazia l’altissimo lume
degnamente convien che s’incappelli.
locati son per gradi differenti,
sol differendo nel primiero acume.
con l’innocenza, per aver salute,
solamente la fede d’i parenti;
convenne ai maschi a l’innocenti penne
per circuncidere acquistar virtute;
sanza battesmo perfetto di Cristo
tale innocenza là giù si ritenne.
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo».
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,
di tanta ammirazion non mi sospese,
né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
dinanzi a lei le sue ali distese.
da tutte parti la beata corte,
sì ch’ogne vista sen fé più serena.
l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte,
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?».
di colui ch’abbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina.
quant’ esser puote in angelo e in alma,
tutta è in lui; e sì volem che sia,
giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma.
andrò parlando, e nota i gran patrici
di questo imperio giustissimo e pio.
per esser propinquissimi ad Agusta,
son d’esta rosa quasi due radici:
è il padre per lo cui ardito gusto
l’umana specie tanto amaro gusta;
di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
raccomandò di questo fior venusto.
pria che morisse, de la bella sposa
che s’acquistò con la lancia e coi clavi,
quel duca sotto cui visse di manna
la gente ingrata, mobile e retrosa.
tanto contenta di mirar sua figlia,
che non move occhio per cantare osanna;
siede Lucia, che mosse la tua donna
quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
qui farem punto, come buon sartore
che com’ elli ha del panno fa la gonna;
sì che, guardando verso lui, penètri
quant’ è possibil per lo suo fulgore.
movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
orando grazia conven che s’impetri
e tu mi seguirai con l’affezione,
sì che dal dicer mio lo cor non parti».Paradiso
Canto XXXIII
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
fissi ne l’orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;
nel qual non si dee creder che s’invii
per creatura l’occhio tanto chiaro.
appropinquava, sì com’ io dovea,
l’ardor del desiderio in me finii.
perch’ io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:
e più e più intrava per lo raggio
de l’alta luce che da sé è vera.
che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.
che dopo ’l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.
del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.
per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
l’aspetto mio col valore infinito.
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna:
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
che venticinque secoli a la ’mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;
tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.
fosse nel vivo lume ch’io mirava,
che tal è sempre qual s’era davante;
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom’ io, a me si travagliava.
de l’alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
parea reflesso, e ’l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.
al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
sola t’intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,
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